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Wall Street, Biden al top tra i neo presidenti con il rally dei titoli tech

I primi 100 giorni di Biden a Wall Street sono un successo senza precedenti. Pur portando indietro le lancette del tempo fino al 1950 non si riesce a trovare una performance vicina al +24% messo a segno dall’indice S&P 500 a 100 giorni dalla data di insediamento presidenziale (ieri poco mossa). Solo il risultato di J.F. Kennedy nel 1961 (+18%) può reggere in parte il confronto. Segue il +12,5% di George Bush (padre). Quanto a Trump, il suo +11,4% risulta più che doppiato da Biden che, a conti fatti, si sta rivelando tutt’altro che “sleepy” vista anche la velocità con cui sta procedendo all’approvazione di mega piani di rilancio infrastrutturali e fiscali a favore di famiglie e imprese che potrebbero portare nella migliore delle ipotesi il Pil Usa a crescere dell’8% in questo 2021, come non accadeva dal 1983.Se poi il conteggio parte da novembre, da quando difatti Biden ha vinto le elezioni, il rialzo dell’S&P 500 è ancora più fragoroso: +29%.

Va però detto che una grande mano al guinness di Biden la stanno dando le grandi società tecnologiche che continuano a macinare utili e ricavi da record, certificati poi da valutazioni in Borsa mai viste prima. Le prime cinque della classe, le cosiddette Famag (Facebook, Apple, Microsoft, Amazon e Google) valgono messe insieme oltre 8mila miliardi di dollari. In 12 mesi hanno inglobato capitali per oltre 3mila miliardi. Se alle “big five” aggiungiamo anche la sesta in classifica, ovvero Tesla con i suoi 700 miliardi di market cap, il valore della “major” si avvicina ai 9.000 miliardi di dollari, quanto il Pil di Giappone e Germania messi insieme per intenderci. Inizialmente gli investitori temevano un forte aumento della tassazione da parte di Biden nei confronti dei colossi industriali ma a conti fatti, per ora, non è stato così. E questo ha rimesso il turbo alle big che da sole ormai impattano sul calcolo della performance dell’S&P 500 per il 25% e per il 38% sul Nasdaq. In pratica se salgono questi cinque/sei titoli – tra l’altro presenti in numerosi Etf e pertanto beneficiari anche di un forte ammontare di “capitali passivi” che giungono dagli investitori che da ogni parte del mondo diversificano il portafoglio comprando Usa – Wall Street sale. Questa dipendenza è un’arma a doppio taglio perché vale anche il contrario. Se le Famag dovessero subire uno storno ne risentirebbe in misura amplificata la performance degli indici. Ma per ora, come detto, queste società stanno marciando con il vento in poppa, rafforzate anche dalle ultime trimestrali. Nella notte arriveranno i conti di Apple e Facebook ma intanto quelli presentati martedì a mercati chiusi da Google (la cui holding quotata si chiama Alphabet) e Microsoft hanno (manco a dirlo) battuto le attese degli. Il lockdown ha provocato un boom delle ricerche su Google. I ricavi generati dal motore di ricerca sono balzati nel primo trimestre del 2021 (nel confronto con lo stesso trimestre del 2020) del 30%. Il totale del fatturato è salito del 34% a 55,3 miliardi di dollari. L’utile netto è più che raddoppiato (+163%) balzando a 17,9 miliardi di dollari. Google ha festeggiato questi dati con un +5% ieri a Wall Street mentre Microsoft ha ceduto il 2%. Questo ribasso però non deve ingannare. Il titolo della società di Redmond viaggia a ridosso dei massimi storici, lì sospinto proprio in ragione delle elevate aspettative sui conti. Anch’esse superate. I ricavi sono saliti del 19% a 41,7 miliardi e gli utili del 44% a 15,5 miliardi. Il cuore dei profitti arriva dall’area cloud, Azure, che ha chiuso in rialzo del 50%.

Come visto il momentum straordinario delle tech sta aiutando Biden ma il 46esimo presidente degli Usa ci ha messo finora anche tanto dal suo, superando il predecessore Trump a suon di “helicopter money”. Basti pensare che proprio ieri ha presentato l’American families plan, una serie di provvedimenti a sostegno dell’inclusione sociale da 1.800 miliardi di dollari (dovrebbe essere finanziato aumentando le tasse ai cittadini più ricchi). In pista (ancora da approvare) c’è poi un piano da 2.250 miliardi per le infrastrutture e un altro (già approvato) da 1.900 miliardi di aiuti generalizzati (nel quale è incluso un assegno da 1.400 dollari per tre quarti della popolazione). Nel complesso si tratta di un impianto di aiuti “monstre” da 6.000 miliardi di dollari, il 30% del Pil degli Stati Uniti, che va ad aggiungersi al lavoro in parallelo della Federal Reserve che stampa biglietti verdi (acquistando titoli di Stato e obbligazioni agganciate ai mutui) al ritmo di 120 miliardi di dollari al mese e che ha espanso il proprio bilancio fino a 8mila miliardi. Una cifra mai vista prima.

Il lato oscuro, che per ora non sembra preoccupare gli investitori a giudicare dalla volatilità che da settimane viaggia stabilmente sotto i 20 punti (lo scorso anno nel mezzo del primo lockdown superò gli 80), è il balzo del debito negli Usa (proiettato verso il 120% del Pil) e la consapevolezza che prima o poi la Fed potrebbe avviare il tapering, il drenaggio della liquidità eccezionale finora immessa. In quel caso anche “fast Joe”, come forse sarebbe più giusto soprannominarlo, potrebbe fare ben poco per sorreggere le carissime quotazioni su cui oggi galleggia Wall Street.

 

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