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Wall Street, 6 anni di rialzo ma senza l’aiuto della Fed il futuro sarà più incerto

Il Toro più inverosimile ha compiuto sei anni. Il lungo periodo di rialzo della Borsa americana ha festeggiato ieri il suo sesto compleanno, smentendo sistematicamente chi lo aveva condannato a morte più volte. Nella storia di Wall Street, questo è ormai il quarto maggiore rialzo, se misurato per la sua durata; il quinto di tutti i tempi, se si guarda alla percentuale di incremento. La capitalizzazione complessiva si è rivalutata del 214% nel listino più rappresentativo (quell’indice S&P500 che riunisce le 500 società maggiori). Un exploit che sarebbe apparso impossibile quel 9 marzo 2009, quando Wall Street iniziò la sua lunga risalita dopo avere toccato gli inferi in una delle crisi finanziarie più gravi della storia. Molti esperti hanno continuato a prevedere “vita breve” per questo rialzo. E invece quello che continua a mancare all’appello è un ribasso tecnicamente significativo, cioè una correzione del 20% che significherebbe l’inversione di tendenza e l’inizio di una fase ribassista (detta anche Orso). L’ultima correzione tecnica limitata, del 10%, risale invece a 41 mesi fa. Naturalmente più dura il Toro e più s’intensificano le attese della sua fine, e le scommesse su quale sarà l’elemento scatenante del ribasso: il sospetto numero uno è il rialzo dei tassi d’interesse direttivi della Federal Reserve, atteso fra giugno e settembre.

Un elemento significativo di questo Toro, è stata la sua capacità di prevedere l’andamento dell’economia reale. E’ diffusa l’opinione che ci sia poca sintonia fra Wall Street e Main Street. Le vicissitudini del mercato azionario non rappresentano necessariamente un indicatore attendibile sulla salute delle imprese, delle famiglie, del mercato del lavoro e dei consumi. Stavolta però Wall Street è stato un indicatore chiaroveggente. Tre mesi dopo l’inizio del Toro, nell’estate 2009 l’economia Usa usciva dalla recessione e iniziava un percorso di crescita che da allora ha creato 12 milioni di posti di lavoro. La Borsa ha continuato a indicare “bel tempo” anche quando la crescita pareva asfittica o pericolante – per esempio nei sussulti di paura provocati dalle crisi dell’eurozona. La Borsa ha continuato a salire nonostante che i sondaggi di popolarità di Barack Obama andassero nella direzione opposta. Di fatto solo da qualche mese si può dire che gli effetti della ripresa siano percepiti nell’opinione pubblica come qualcosa di reale e consistente. Wall Street ci aveva creduto fin da principio. Aiutata, va ricordato, dalla pompa della liquidità. Qui c’è l’elemento che oggi contribuisce al pessimismo. Così come sei anni fa un motore propulsivo del boom di Borsa fu l’acquisto di bond da parte della Federal Reserve, viceversa il 2015 è “l’anno primo senza quantitative easing” e con un rialzo dei tassi in vista. La Fed fu decisiva nel creare le condizioni per un ottimismo della finanza, ora la Fed rischia di essere altrettanto decisiva nel decretare che “la festa è finita”. Con l’inversione di tendenza nei rendimenti, tutte le categorie di investimenti possono soffrirne: i bond automaticamente perdono valore quando i tassi salgono, e le azioni generalmente sono altrettanto penalizzate. Vi si aggiunge l’effetto del caro-dollaro. Ormai raggiunta di fatto la parità, quanto più giù potrà spingersi l’euro? A quota 90 centesimi? 80 centesimi? La ripresa americana ebbe dalla sua l’aiuto di un dollaro debole, ora le pareti s’invertono. L’economia Usa è meno aperta al commercio estero di quella europea, quindi dovrebbe risentire un po’ meno della perdita di competitività, e tuttavia l’effetto ci sarà. È già percepibile nei profitti delle multinazionali americane, che valgono sempre meno quando vengono rimpatriati e convertiti in moneta locale.
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