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Vw: richiamiamo 11 milioni di auto. Bmw nei guai in Usa per i crash test

BERLINO – Un giorno nero dopo l’altro per i grandi global players dell’auto made in Germany. Il Dipartimento Usa alla Giustizia annuncia l’apertura di un’indagine su Bmw, sebbene solo per il marchio Mini, per prestazioni che non soddisfano le severissime norme americane sui crash- test, cioè la resistenza all’urto e la difesa dei passeggeri in caso d’incidente, e richiami troppo tardivi. Il nuovo ad di Volkswagen, Matthias Mueller, in una drammatica conference call con tutti i dirigenti aziendali, ha annunciato il richiamo e la revisione a spese dell’azienda di ben 11 milioni di auto “sporche” vendute nel mondo grazie al software-truffa. Per un costo, stimato dagli analisti, di 6,5 miliardi. E l’allarme per l’onda lunga del caso sulle economie dell’intera Europa è sottolineato ormai anche dalla Banca d’Italia: il vicedirettore generale Luigi Federico Signorini ha dichiarato che «all’incertezza presente sui mercati globali si è aggiunta negli ultimi giorni quella connessa con le possibili ripercussioni, difficili da quantificare, del grave scandalo Volkswagen, sul comparto auto, e sulle aspettative degli investitori e dei cittadini».
L’allarme cresce in Italia e altrove anche a livello governativo. Il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha affermato: «Siamo sempre preoccupati quando vengono ingannati i cittadini e si fa una truffa ai danni delle autorità vigilanti, speriamo che le conseguenze siano minime per l’industria europea in generale ». A Bruxelles, dopo colloqui con il vertice Volkswagen, la Commissaria europea al mercato interno e all’industria, Elzbieta Bienkowska, ha avvertito che «la situazione attuale deve essere pienamente spiegata e investigata». In pieno allarme si dichiara anche il governo di Berlino, che segue l’inchiesta ufficiale affiancata da quella penale della magistratura sull’ex ad Martin Winterkorn.
Il caso Bmw negli States è tecnicamente diverso, e ben più piccolo del disastro Volkswagen. Non sono sotto accusa le vetture del brand biancoblu bavarese, numero uno mondiale del premium, bensì le Mini, il marchio britannico risuscitato da Monaco. Mini e Mini Cooper non soddisfano i crash test, e l’azienda, affermano le autorità americane, è stata troppo lenta nei richiami. Nel clima creato dal Dieselgate targato Vw, comunque, ogni minima notizia negativa incide sulla reputazione del made in Germany. E il costo cumulativo di multe, sanzioni, richiami e riparazioni, class actions e reclami di investitori minaccia di divenire insostenibile per il gigante di Wolfsburg.
Negli Stati Uniti, la prima class action è partita proprio non da acquirenti delusi delle Volkswagen inquinanti, bensì da investitori in titoli che hanno perso soldi non per ragioni di mercato, ma a causa della gravissima truffa dolosa. La lista si allunga di ora in ora: fondi sovrani decisivi per gli investimenti in Europa lamentano perdite, come quello del Qatar che ha visto andare in fumo ben 12 miliardi per colpa di Volkswagen.
Il Giappone ha ordinato controlli e inchieste anti-trucchi su tutti i suoi produttori, la Svezia ha aperto un’indagine sul colosso tedesco.

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