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Voto per la secessione e no alla Brexit: la Scozia sfida Londra “Restiamo in Europa”

Dalla Brexit alla Scoxit. A mezzogiorno e mezza di questa mattina comincia la Brexit, “Britain exit”, quando sir Tim Barrow, ambasciatore del Regno Unito a Bruxelles, attraverserà la strada dalla sua sede diplomatica per consegnare al Consiglio Europeo la lettera con cui il primo ministro Theresa May invoca l’ormai proverbiale “articolo 50”: il pulsante del divorzio dalla Ue.
Ma alle non meno proverbiali cinque della sera è partita ieri un’altra richiesta di separazione: quella per la Scoxit, “Scotland exit”, sottinteso dalla Gran Bretagna. Con 69 voti a 59, il parlamento di Edimburgo ha accolto la proposta formulata nei giorni scorsi dal proprio governo autonomo e ha avviato il procedimento per organizzare un referendum per l’indipendenza. Alla Brexit britannica risponde la Scoxit scozzese. Due scommesse: difficile prevedere, vista le complessità di entrambe, quale arriverà per prima al traguardo.
«Spero che il governo britannico rispetti la decisione del nostro parlamento e dia agli scozzesi la possibilità di scegliere il proprio destino», commenta Nicola Sturgeon, la premier del governo autonomo di Edimburgo. Non sorride, è seria, forse emozionata o preoccupata. «Questo non è il momento di discutere del referendum scozzese, sarebbe una distrazione dal negoziato sulla Brexit», arriva poco dopo la replica del portavoce di Downing Street. Posizione che la stessa May ha ribadito più volte: se ne riparla, eventualmente, dopo il 20 marzo 2019, a conclusione della trattativa con la Ue. «Dopo il 2020», precisa un suo consigliere. In teoria, la Scozia ha bisogno dell’autorizzazione di Londra per indire un referendum. Ma Londra, rifiutando ad oltranza, rischia di aumentare i consensi per l’indipendenza fra gli scozzesi e di sconfessare la devolution, due decenni di decentramento dei poteri. E cosa accadrebbe se Edimburgo decidesse di organizzare lo stesso il referendum?
Sarebbe il secondo referendum scozzese, dopo quello del 2014 in cui prevalsero 55 a 45 per cento i no alla secessione. Stavolta però c’è una motivazione in più ad andarsene: il desiderio di rimanere nell’Europa unita. Nel primo referendum, una delle ragioni per votare contro l’indipendenza era che, separandosi dalla Gran Bretagna, la Scozia si sarebbe ritrovata fuori dalla Ue. Ma adesso è la Gran Bretagna che la porta fuori dalla Ue. E mentre a livello nazionale, nel referendum del giugno scorso, vinse la Brexit 52 a 48 per cento, in Scozia hanno vinto 62 a 38 per cento i sì all’Europa. «In Europa non restereste comunque, dovreste mettervi in coda per aderire alla Ue», ammonisce il governo britannico. «Non potete votare senza conoscere il risultato del negoziato sulla Brexit», insiste la premier May. «Ma noi voteremo solo quando lo conosceremo », risponde Nicola Sturgeon: cioè nell’autunno 2018, a trattativa di fatto conclusa, perché gli ultimi sei mesi del previsto biennio di discussioni serviranno solo alle ratifiche di governi e parlamenti.
La Brexit comincia così stamattina con una pesante incognita sul proprio cammino. Sulla via del negoziato con la Ue ci sono altre incertezze, come le elezioni in Francia a maggio e in Germania in autunno; ed enormi ostacoli, dalla difficoltà di raggiungere un nuovo accordo commerciale e doganale al “conto” del divorzio, 60 miliardi di euro che Bruxelles pretende da Londra. Lo spettro peggiore per Theresa May, tuttavia, è che la Scoxit diventi il prezzo della Brexit. E che lei, per portare il Regno Unito fuori dall’Europa, passi alla storia come la leader che ha disunito il Regno Unito.

Enrico Franceschini

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