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“Votate il mio accordo e mi dimetto”. May si sacrifica per salvare la Brexit

Good- bye, Theresa May? Nell’ultimo, disperato tentativo di fare approvare la sua Brexit al parlamento britannico, la premier offre ai ribelli conservatori il prezzo richiesto: la propria testa. « Ho udito con chiarezza l’umore del partito » , dice a una drammatica riunione di deputati Tories nel palazzo di Westminster. « So che c’è il desiderio di un nuovo approccio e di una nuova leadership nella seconda fase della Brexit. Sono pronta a lasciare questo posto prima di quando intendessi, per il bene della nazione e del partito » . Spera così, in cambio, di ottenere l’appoggio degli ultra brexitiani al suo accordo per uscire dall’Unione Europea. È già stato bocciato due volte, infliggendole umilianti sconfitte. Ma venerdì si appresta a ripresentarlo alla camera dei Comuni e potrebbe passare.
Addio in autunno?
Non fissa la data del suo addio, la leader conservatrice. È verosimile che sarebbe prima dell’autunno: questione di pochi mesi. Ed è dunque il via alla gara per la successione: mezza dozzina di ministri sono pronti a candidarsi alle primarie. Per i sondaggi, il favorito è l’ex ministro degli Esteri, Boris Johnson, la cui ambizione di conquistare Downing Street era nota da anni. Resta il dubbio se le preannunciate dimissioni serviranno a convincere tutti.
Affinché il piano ottenga la maggioranza ai Comuni, dovrebbero votarlo anche un pugno di conservatori filoeuropei e i dieci deputati del Dup, il partito unionista nord-irlandese senza del quale May non può governare. Ciascuno ha diverse ragioni per opporsi: per i primi è troppo ” hard” verso l’Europa, per i secondi troppo “soft”.
La soft Brexit
La situazione tuttavia sta cambiando. La possibilità che, in una serie di votazioni ” indicative” tra ieri sera e lunedì prossimo, emerga una maggioranza favorevole a una soft Brexit, a un secondo referendum o addirittura a una revoca della Brexit, come hanno chiesto un milione di manifestanti nelle strade di Londra e sei milione di firme in una petizione, spaventa i brexitiani.
Due anni di trattative
«Il piano May non mi piace, ma è meglio di una rinuncia alla Brexit», commenta il loro capofila Jacob Rees- Mogg. Se a ciò si aggiunge la prospettiva di un nuovo primo ministro, magari più ostile alla Ue dell’attuale, l’accordo potrebbe diventare per molti il minore dei mali.
Le future relazioni con la Ue, d’altronde, saranno comunque il frutto di una trattativa destinata a durare almeno due anni, e forse determinate da eventuali elezioni anticipate in Gran Bretagna, durante una fase di transizione in cui in sostanza non muterà nulla. Ma intanto gli inglesi sarebbero formalmente fuori dall’Europa. Come una lady Macbeth alla rovescia, Theresa May rincorre il suo scopo sacrificando se stessa.

Enrico Franceschini

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