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Voluntary, rischio intestatari

Una parte non trascurabile dei capitali che stanno emergendo nell’ambito della voluntary disclosure rinvengono da Paesi considerati paradisi fiscali e transitati da black a white list, aspetto quest’ultimo che ha comportato per tali Paesi l’adeguamento o il recepimento della direttiva 60/05 dell a Ue, che disciplina le misure di prevenzione e di contrasto al riciclaggio. Questo comporta rischi penali in caso di “interposta” persona che non vanno trascurati.
Nella legge di recepimento della direttiva, si prevede infatti la sanzione penale a carico del cliente che rilascia dichiarazioni false riguardo agli obblighi di adeguata verifica della clientela. Profilo di non poca rilevanza visto che, secondo la legge 186/14 può avvalersi della voluntary il contribuente che detiene attività all’estero senza esserne formalmente intestatario, avendo cioè fatto ricorso ad un soggetto interposto o a intestazioni fiduciarie estere. Secondo quanto precisato nella circolare n. 99/E del 4 dicembre 2001, relativamente alla nozione di “interposta persona”, si deve considerare soggetto fittiziamente interposto «una società localizzata in un Paese avente fiscalità privilegiata, non soggetta ad alcun obbligo di tenuta delle scritture contabili, in relazione alla quale lo schermo societario appare meramente formale e ben si può sostenere che la titolarità dei beni intestati alla società spetti in realtà al socio che effettua il rimpatrio».
Tale status, oltre ad essere dichiarato dal professionista nella relazione e nel modello trasmesso alle Entrate, deve essere specificato nell’autorizzazione che deve essere rilasciata agli intermediari finanziari esteri, riguardo alla trasmissione della documentazione e al rilascio di informazioni all’Agenzia italiana di dati concernenti le attività oggetto della procedura di collaborazione volontaria. In tale autorizzazione al campo 4 e 5 devono essere indicati «i dati identificativi del soggetto al quale la relazione bancaria è intestata formalmente. Nel caso in cui la relazione bancaria sia intestata ad una società interposta, deve essere indicata la denominazione, la sede, il numero di registrazione nel registro delle imprese della società nonché i dati identificativi completi del suo rappresentante o del suo procuratore generale o speciale che può gestire il rapporto». Mentre nel campo 5 «i dati identificativi del soggetto beneficiario economico effettivo ovvero della persona alla quale è effettivamente riconducibile la relazione bancaria».
È chiaro che l’intermediario bancario estero, in cui è innestata la relazione bancaria, si potrebbe ritrovare da una parte la sottoscrizione del modulo di adeguata verifica con informazioni diverse rispetto alla documentazione che viene presentata per l’accesso alla voluntary. Aspetto quest’ultimo che in Italia rileva sul piano penale agli articoli 21 e 55 del decreto legislativo 231 del 2007. Medesima previsione è disciplinata nei Paesi esteri in cui sono detenuti i capitali. Di conseguenza, ciò comporterebbe l’apertura di un procedimento penale, nel territorio in cui si trovano i capitali, a carico della persona interposta (ad esempio i figli, la moglie, ovvero cittadini residenti ecc.). Pertanto, sarebbe opportuno che i professionisti informassero i loro clienti del rischio che corrono per la eventuale incongruenza di questi dati.
Questo aspetto dimostra che se da una parte c’ è la corsa ad accedere alla voluntary, dall’altra non deve essere sottovalutato il rischio a cui si espongono riguardo ai dati e notizie che emergono. Ed è fisiologico che parte della partita della VD si giocherà, in futuro, quando cominceranno i controlli, sugli adempimenti antiriciclaggio decreto legislativo 231 del 2007 a cui sono tenuti i professionisti.

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