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Voluntary, il falso su beni già posseduti non è autoriciclaggio

Non commette autoriciclaggio il contribuente che nella voluntary disclosure ha dichiarato il falso regolarizzando beni che in realtà non erano all’estero, ma già in suo possesso. Il falso infatti non può aver generato, come provento, quegli stessi beni che erano già presenti nel patrimonio del contribuente e che erano stati dichiarati, sebbene falsamente, come collocati all’estero. Viene così a mancare uno dei requisiti essenziali per la sussistenza del delitto di autoriciclaggio che è il reimpiego di beni provenienti da un delitto commesso dalla medesima persona. A fornire questo interessante principio è la Cassazione, sezione II penale, con la sentenza 14101/2019.
In sintesi, a un contribuente era contestato il reato di falso previsto nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria in quanto nella relazione di accompagnamento alla domanda di adesione forniva varie informazioni non veritiere tra cui la detenzione all’estero di opere d’arte. Secondo l’ipotesi accusatoria, il contribuente si era reso responsabile anche del reato di autoriciclaggio (articolo 648 ter 1 del Codice penale) in quanto dopo il citato falso aveva apparentemente regolarizzato le opere d’arte che avrebbe rivenduto incassando delle somme.
Si ricorda che proprio la legge sul rientro dei capitali ha introdotto nel Codice penale il nuovo reato di autoriciclaggio. In particolare, è sanzionato il comportamento di chi abbia commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, provvedendo successivamente alla sostituzione, trasferimento, impiego in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative del denaro, beni o altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.
Ne consegue che gli elementi materiali di tale illecito sono: a) la commissione di un delitto non colposo; b) che dal suddetto delitto sia derivato un provento economicamente apprezzabile; c) che il predetto provento sia stato reinvestito in attività economiche, finanziarie ecc.; d) che il reinvestimento abbia costituito un ostacolo alla identificazione della provenienza delittuosa del provento del reato presupposto.
Secondo la Cassazione, nel caso di specie non sono individuabili gli elementi tipici dell’autoriciclaggio. Innanzitutto, il delitto di falso (la dichiarazione secondo cui le opere d’arte erano ubicate all’estero) non ha generato alcun provento successivamente trasferito o impiegato. I beni oggetto della falsa dichiarazione in realtà facevano già parte del patrimonio dell’indagato ed erano stati dichiarati nella voluntary disclosure ancorché come detenuti all’estero e non in Italia.
Paradossalmente, rileva la sentenza, la denuncia di quei beni fino ad allora occultati ha consentito all’amministrazione finanziaria di venirne comunque a conoscenza e, quindi, in caso di non ammissibilità della richiesta di adesione alla procedura di collaborazione, come poi avvenuto in concreto, di tenerne conto ai fini del calcolo delle imposte, delle sanzioni e degli interessi. Da qui la decisione di non ritenere sussistente l’autoriciclaggio.

Antonio Iorio

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