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Voluntary disclosure, il ritorno

Il risveglio della voluntary disclosure. Ieri, durante la trasmissione televisiva Porta a porta, il premier Matteo Renzi ha svelato che «l’ipotesi di una voluntary disclosure 2 è molto concreta». E forse, la riapertura della finestra, per la riemersione dei capitali illegalmente detenuti all’estero, potrebbe già trovare casa nel decreto legge sulla finanza e crescita, annunciato nelle scorse settimane dal ministro dell’economia Pier Carlo Padoan.

Un bis del programma collaborazione volontaria era stato paventato, il mese scorso (si veda ItaliaOggi del 22/4/2016), dai tecnici che lavorano a stretto contatto con il premier.

E non è un mistero che, sul tavolo del ministero dell’economia e di Palazzo Chigi, da tempo, è aperto un dossier.

La procedura di voluntary disclosure non è assimilabile a un condono, perché non ci sono sconti sulle imposte evase e dovute, ma è un percorso regolamentato dall’Ocse. La procedura è applicata già, con risultati altalenanti, da molti stati. In Usa, Canada, Belgio, Spagna. Germania e Francia, ad esempio, la norma è prevista in maniera permanente e l’ipotesi di una voluntary per sempre potrebbe non essere esclusa anche per la nuova disposizione in preparazione per l’Italia.

Intanto, a dare concretezza alla riapertura, la necessità di fare cassa, per disinnescare l’aumento delle aliquote Iva, contenute nelle clausole di salvaguardia. E, forse, a spingere l’acceleratore sulla decisione di un nuovo programma di armistizio fiscale, potrebbe, anche, aver influito lo scandalo dei Panama papers delle scorse settimane. La fuoriscita dei documenti di contribuenti non fiscalmente fedeli (per l’Italia si parla di circa 360 soggetti) dai cassetti dello studio legale panamense Mossack Fonseca, potrebbe far rientrare nelle casse dello stato imposte derivanti dai capitali di irriducibili riportati a più miti consigli dal pericolo di vedere scoperchiati i propri forzieri da qualche hacker fulminato sulla strada della giustizia tributaria.

La voluntary disclosure, prima edizione, chiusa il 30 novembre scorso, ha fatto rientrare circa 60 miliardi di italiche ricchezze e questo si è tradotto, per le casse dello stato, in un gettito aggiuntivo di circa 3,8 mld di euro. L’esecutivo ne ha già impegnati 1,4 mld per evitare nel 2015 l’aumento di accise e acconti Ires nel 2015. Altri due miliardi sono andati a coprire altre voci della legge di stabilità 2016.

Attualmente, l’amministrazione finanziaria è nel pieno della cosidetta fase 2. Gli uffici dell’Agenzia delle entrate stanno infatti lavorando a ranghi serrati per esaminare le oltre 129 mila istanze di collaborazione volontaria e tirare le fila sui conti. Stanno invitando i contribuenti a chiudere la partita fiscale, presentando il conto di interessi e tasse al 100% e di sanzioni fortemente scontate. Secondo gli esperti, interpellati nelle scorse settimane da ItaliaOggi (si veda il numero del 23/4/2016) la procedura annunciata da Renzi potrebbe essere più cara. La collaborazione volontaria, regolamentata dalla legge 186/2015, prevedeva l’armistizio fiscale sui capitali illegalmente detenuti all’estero, nel caso in cui si fosse pagato il dovuto, in maniera non anonima, in termini di interessi e imposte. Il contribuente potrà avvalersi di sanzioni ridotte e copertura penale per alcune fattispecie di reati fiscali e la non applicazione della nuova disciplina sull’autoriciclaggio. Una riapertura, infine, potrebbe portare una boccata d’ossigeno anche al lavoro dell’Agenzia delle entrate. La normativa prevede infatti che la partita voluntary disclosure 1 si debba chiudere, inderogabilmente, con l’emissione, da parte degli uomini del direttore Rossella Orlandi di circa 500 mila avvisi di accertamento, entro il 31 dicembre. La nuova finestra potrebbe quindi far guadagnare tempo anche al lavoro degli uffici.

Cristina Bartelli

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