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Voluntary disclosure interna, effetto boomerang sui sindaci

La voluntary disclosure nazionale può determinare responsabilità in capo al collegio sindacale nelle società di capitali che hanno aderito alla procedura di regolarizzazione.

All’indomani dell’adesione alla procedura di collaborazione volontaria nazionale da parte di società di capitali, finalizzata all’emersione di maggiori imponibili di fonte domestica connessi o meno alle attività illecitamente detenute all’estero, appare senza dubbio necessaria una riflessione in relazione ai rapporti interni che si profilano in seno a tali società, con particolare riguardo alle dinamiche che sviluppano tra l’organo amministrativo e l’organo di controllo interno (qualora questo sia presente), nonché alle responsabilità attribuibili a quest’ultimo e alle condotte che il sindaco unico o il collegio sindacale devono opportunamente tenere per affrontare il delicato tema dell’ambito derivato nazionale di cui alla legge 186/2014.

Com’è noto, l’art. 2403 c.c. pone a carico del collegio sindacale il potere/dovere di vigilare sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione, sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul suo concreto funzionamento, al fine di assicurare la corretta informazione relativa alla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, a garanzia degli interessi degli stakeholders aziendali.
Qualora il sindaco unico ovvero il collegio sindacale sia incaricato anche della revisione dei conti, è chiamato a predisporre la relazione di revisione sul bilancio, oltre a verificare, nel corso dell’esercizio, la regolare tenuta della contabilità e la corretta rilevazione dei fatti di gestione nelle scritture contabili, così come previsto dal dlgs 39/2010.

Nel contesto in esame, le irregolarità fiscali oggetto di definizione mediante accesso alla procedura di emersione nazionale determinano conseguenze anche di natura contabile nei bilanci relativi agli anni da regolarizzare, con la conseguente inosservanza degli artt. 2423 e seguenti del c.c.: i documenti in questione, infatti, finiscono per non rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico d’esercizio.

Nel caso di accesso alla procedura di voluntary disclosure nazionale, la scelta da parte del legislatore di non ricomprendere tra gli illeciti per cui opera la clausola di non punibilità le false comunicazioni sociali (artt. 2621 e 2622 c.c.), a differenza di quanto previsto a suo tempo con il dl 78/2009 (cosiddetto scudo fiscale ter) e ancor prima dalla legge 289/2002, pone concretamente il rischio (sebbene attutito dalla necessità di querela ex art. 2622 c.c. e dal breve termine di prescrizione ex art. 2621 c.c.) che la collaborazione volontaria possa risolversi in un’autodenuncia da parte dell’organo amministrativo della società regolarizzanda che investa, di riflesso, anche il collegio sindacale, con l’unico beneficio consistente nell’applicazione delle disposizioni di legge meno gravi vigenti fino all’entrata in vigore della legge 69/2015 (in ossequio del principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole).

L’organo di controllo, infatti, rientra tra quei soggetti i quali possono essere imputati del reato di false comunicazioni sociali, allorché venga accertata una responsabilità di tipo omissivo (cosiddetta culpa in vigilando) che si verifica nei casi di inerzia nello svolgimento dei compiti di vigilanza pur in presenza di segnali di pericolo di accadimento di eventi delittuosi. Al riguardo la Cassazione (16 aprile 2009, n. 36595) ha affermato che ai fini dell’attribuzione della responsabilità penale in capo ai sindaci è necessaria la prova della conoscenza del fatto illecito o della concreta conoscibilità dello stesso mediante l’attivazione del potere informativo di cui sono investiti, in presenza di segnali inequivocabili che avrebbero dovuto far scattare comportamenti impeditivi del fatto stesso.

Inoltre, se da un lato il compito del collegio sindacale, dal momento che non partecipa di concerto con gli amministratori alla predisposizione e redazione del documento contabile, è limitato a un riscontro ex post del rispetto delle norme sul bilancio, dall’altro, tuttavia, può essere chiamato a rispondere penalmente del reato di false comunicazioni sociali con riguardo alla relazione di revisione di cui al dlgs 39/2010 (se, per esempio, non è stato evidenziato il dissenso alle valutazioni fatte dagli amministratori, ovvero se il giudizio di attendibilità del bilancio non ha mai sollevato rilievi), ciò in quanto i sindaci sono considerati garanti della veridicità del bilancio e sono investiti del dovere di verità delle proprie attestazioni.

In questo frangente, dunque, appare opportuno che il collegio sindacale (in buona fede), debitamente informato dall’organo amministrativo a seguito di apposita assemblea all’uopo convocata per informare l’assemblea dei soci e lo stesso organo di controllo dell’avvenuto accesso alla procedura di emersione, richieda agli amministratori il maggior numero di documenti e informazioni relative ai maggiori imponibili (o minori perdite) relativi ai periodi di imposta oggetto di definizione, riscontrando, bilanci alla mano, gli elementi attivi e passivi o le variazioni di elementi attivi e passivi da cui derivano gli imponibili indicati nelle istanze presentate evidenziando quantità e valori in precedenza omessi ovvero attività e passività fittizie o indicate per valori superiori a quelli effettivi.

Sarebbe opportuno, inoltre, anche a margine di una riunione di cui deve essere redatto apposito processo verbale da trascrivere nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del collegio sindacale, che l’organo di controllo raccogliesse dati ed evidenze che dimostrino la propria estraneità agli eventi delittuosi per fatti oggettivamente occultati dagli amministratori, provasse per quanto possibile in via preventiva l’assenza del nesso di causalità tra la condotta omissiva, intempestiva o inadeguata e il pregiudizio patrimoniale causato alla società e infine verificasse l’effettiva compromissione della funzione informativa dei bilanci pregressi, utilizzando eventualmente come criteri quantitativi quelli di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c. vigenti prima della riforma.

Nella relazione annuale da allegare al bilancio, poi, sarà opportuno presentare osservazioni e proposte in ordine al bilancio attuale e alla sua approvazione, esponendo tra i fatti rilevanti accaduti durante l’esercizio sociale anche l’accesso alla procedura di regolarizzazione, verificando inoltre che della vicenda ne sia data puntuale indicazione in nota integrativa.

Rimane, tuttavia, il problema della sistemazione delle scritture contabili, tra l’altro disciplinata a suo tempo dalla circolare n. 26/2003 e oggi non prevista, e del vizio gravante sui bilanci approvati negli anni oggetto di regolarizzazione, sui quali pare necessario intervenire per le opportune rettifiche a meno che non sopraggiungano in corsa diverse soluzioni al riguardo.

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