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Voluntary, consulenti a rischio reato

La voluntary disclosure pone il professionista che assiste il cliente interessato a presentare l’istanza di fronte al rischio della responsabilità anche in sede penale allorché riceve l’autocertificazione dell’assistito sulla formazione delle somme (detenute o meno all’estero) sottratte a tassazione.
Fermo restando che per i casi in cui il cliente dichiari, in occasione della collaborazione volontaria, informazioni non veritiere è previsto un delitto introdotto proprio dalla legge 186/2014 (punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni), si tratta di verificare se, una volta ricevuta tale dichiarazione, il professionista possa ritenersi esonerato da ogni responsabilità in merito al suo contenuto.
In analogia ai principi enunciati finora dalla Suprema corte (si veda l’articolo in basso) si ritiene che un esonero della responsabilità del professionista sia subordinato sicuramente alla sua totale estraneità alla formazione del documento. Si pensi al caso in cui per far eseguire la voluntary a un cliente “naturalmente” escluso dalla procedura (per esempio perché ha creato le disponibilità all’estero a seguito di reati non fiscali: corruzione, criminalità organizzata), il professionista suggerisca di dichiarare la provenienza delle somme da violazioni tributarie. È indubbio che in questo caso concorra nella falsa autocertificazione rilasciata all’ufficio.
Più delicato invece è il caso in cui i contenuti della certificazione, autonomamente compilata dal contribuente, siano ritenuti inverosimili già dal professionista stesso. Il concorso, in tale ipotesi, si dovrebbe escludere proprio per la sua estraneità alla dichiarazione. Tuttavia, però, dovrebbe adoperarsi per verificare la sussistenza dell’obbligo di segnalazione dioperazione sospetta ai fini antiriciclaggio. A tal proposito, l’omessa segnalazione di operazione sospetta da parte del professionista è punita, salvo che il fatto costituisca reato, con la sanzione amministrativa dall’1% al 40% dell’importo dell’operazione non segnalata.

 

La sottrazione fraudolenta
Un’altra ipotesi che potrebbe verificarsi riguarda il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte previsto dall’articolo 11 del Dlgs 74/2000. A volte, infatti, il cliente sottoposto a controlli fiscali chiede suggerimenti sulla “protezione” del proprio patrimonio da possibili future aggressioni del fisco. Si pensi ad alienazioni simulate, alla costituzione di fittizie ipoteche su immobili per rendere meno appetibile il bene in caso di pignoramento, o ancora ad operazioni straordinarie non reali (affitto di azienda, cessione di partecipazioni). Qualora tali suggerimenti provengano dal consulente non si può escludere l’ipotesi di concorso con il contribuente ritenuto colpevole.
La giurisprudenza di legittimità (Cassazione 9916/2010) ha puntualizzato che il professionista può essere chiamato a rispondere in concorso soltanto se è riconoscibile un suo comportamento concreto nella realizzazione dell’illecito quale, ad esempio, la macchinazione insieme al cliente degli artifici e delle modalità di commissione del reato.
La sentenza 24166/2011 della Cassazione ha confermato la legittimità di un sequestro preventivo sul patrimonio del commercialista che, suggerendo pratiche illegali ad alcuni clienti, non si era limitato a svolgere la propria attività professionale ma era stato l’ideatore del meccanismo fraudolento (nello specifico si trattava di indebita compensazione articolo 10-quater del Dlgs 74/2000).

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