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Voluntary blinda società e soci

Nella collaborazione volontaria è indissolubile il binomio società-soci persone fisiche. Sanare la sola posizione delle persone fisiche tout court non basta. I conti vanno fatti considerando, ove ricorra, la presenza di strutture societarie, unitamente al ruolo da queste in concreto svolto nell’orizzonte temporale oggetto di accertamento rispetto ai redditi generati e non dichiarati in Italia dai residenti. Nell’ambito della ricostruzione, occorre evidenziare che, in via generale, i veicoli societari esteri coinvolti trascinano profili di criticità maggiori rispetto alle società domestiche, tipici dei fenomeni di interposizione ovvero esterovestizione societaria. Invero, con riferimento al primo, occorre stabilire se, in chiave fiscale, si versi nell’ambito della interposizione fittizia, ovvero reale, da determinare valutando, caso per caso, le dinamiche gestionali nonché le funzioni svolte in concreto da ciascuna società interessata. Gli effetti conseguenti non sono propriamente coincidenti. Come noto, una società fittiziamente interposta comporta l’effetto di ricondurre, in capo ai soggetti interponenti, sia il patrimonio sia i redditi alla società solo formalmente ascrivibili. Diversamente, nel caso di società realmente interposta, occorre verificare dove quest’ultima sia localizzata e amministrata, al fine di determinarne la residenza fiscale. Sono anche possibili, come accennato, i casi di esterovestizione societaria. Declinato il tutto nell’alveo della collaborazione volontaria, qualora la residenza ricorra in uno dei paesi o territori considerati nell’ottica italiana quali paradisi fiscali, diviene altresì decisivo procedere alla verifica delle quote societarie detenute da ciascun socio, direttamente e/o indirettamente. Potrà perciò trovare applicazione, al ricorrere delle condizioni, quanto disposto dall’articolo 167 (ovvero 168) del Tuir, con l’effetto conseguente di imputare i correlati redditi per trasparenza ai soci residenti, pro quota. Diversamente, occorrerà guardare alle distribuzioni di dividendi che siano state accreditate sui conti esteri dei soci, onde assoggettarli a tassazione con l’aliquota marginale Irpef.

Si è partiti dal presupposto che la società controparte della Cfc, da cui hanno originato i redditi di quest’ultima, qualora la prima sia residente in Italia, non sia da ricondursi direttamente e/o indirettamente alle persone fisiche aderenti alla collaborazione volontaria. Trattasi, nell’ipotesi, di società terze. Nella situazione opposta, occorrerà verificare l’impatto ai fini Ires e Iva (se del caso), con ripresa a tassazione sulla società residente, qualora il costo da cui ha originato il trasferimento sia stato fittizio, eliminando al contempo eventuali fenomeni di doppia imposizione giuridica (sulle società coinvolte). Questo ultimo aspetto è particolarmente delicato. Inoltre, nei casi in cui le attività finanziarie estere (e i correlati redditi) fossero state in passato parzialmente regolarizzate, mediante la procedura di cui allo scudo fiscale, occorrerà che le persone fisiche producano copia delle dichiarazioni riservate, fornendo puntuale evidenza della riconducibilità delle risultanze numeriche di queste, rispetto a quanto generato mediante le società coinvolte. In concreto, dovrà sussistere la diretta correlazione tra le società e le persone fisiche.

Come noto, la procedura di collaborazione volontaria impone l’obbligo di produrre tutta la documentazione (societaria, contabile e finanziaria), idonea alla ricostruzione fedele e completa di tutti i redditi sottratti a imposizione in Italia. Detto approccio non può prescindere dalla valutazione dell’impatto penale sul duplice livello società-soci. La connotazione oggettiva che ora caratterizza l’esclusione da punibilità penale, comporta l’effetto di poter (e dover) sanare anche la posizione delle società residenti coinvolte, a condizione che si provveda a corrispondere tutte le imposte, gli interessi e le sanzioni di quanto in passato non dichiarato. L’estensione della copertura penale alle società è stata opportunamente percepita come necessaria, anche per colmare uno dei maggiori limiti caratterizzanti l’ultima edizione dello scudo fiscale. Invero, si ricorderà che rilevanti perplessità erano state espresse circa l’impossibilità di sanare la posizione delle società di capitali residenti, da cui erano originate le somme trasferite all’estero.

Tornando alla collaborazione volontaria emerge che il labile confine tra la fattispecie di cui alla dichiarazione infedele, rispetto alla fraudolenta comporta, in chiave penale, effetti tra loro significativamente diversi: solo la prima, infatti, beneficia dell’esclusione da punibilità, conformemente a quanto garantito dal perfezionamento della procedura. È altresì da sottolinearsi che i reati di cui agli articoli 2 e 3 del dlgs n. 74/2000 (trattasi della dichiarazione fraudolenta, mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ovvero della dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici), oltre alla possibilità di riduzione della pena fino a un quarto della stessa, parrebbero poter fruire del beneficio recato dall’articolo 13 dello stesso decreto, essendo le due (circostanze) attenuanti tra di loro non alternative.

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