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Voluntary-bis, correttivi con poco appeal

Poche, pochissime domande. A due mesi dalla scadenza del 31 luglio per la presentazione delle istanze, la seconda edizione della voluntary disclosure non decolla. Né sembrano destinati ad avere grande effetto i correttivi presentati la scorsa settimana tra gli emendamenti alla manovrina, attesa questa settimana in aula alla Camera.
Tra gli operatori intervistati nel sondaggio del Sole 24 Ore del Lunedì – cui hanno risposto 96 professionisti – prevale il pessimismo. Per quasi tutti gli addetti il grado di adesione alla procedura finora è stato «molto basso» (61,5% di risposte) o «basso» (35,4%). Appena meno severo il giudizio sulle modifiche normative in discussione: più di un professionista su due le considera inutili (7,3%) o assolutamente insufficienti (47,9%).
Con queste premesse, è quasi impossibile che l’operazione porti nelle casse pubbliche gli 1,6 miliardi attesi. E si tratta di risorse che, in un modo o nell’altro, l’Erario dovrà trovare, perché sono state usate per giustificare il rinvio dell’aumento dell’Iva al 2018. Non è un caso che la stessa relazione tecnica alla manovrina abbia messo le mani avanti, spiegando che gli eventuali maggiori introiti derivanti dalla sanatoria delle liti con il Fisco (quotata a 400 milioni) serviranno a compensare i minori introiti della voluntary. Insomma, una doppia copertura per disinnescare una clausola di salvaguardia.
La voluntary-bis era stata pensata – soprattutto – per convincere gli evasori a regolarizzare il contante “domestico”, anche perché chi ha partecipato alla prima edizione (130mila istanze) ora può solo far emergere attività interne. Ed è su questo terreno che la nuova procedura sta segnando il passo. Non ci sono cifre precise, ma si stima che in Italia ci siano almeno 150 miliardi di euro nascosti nelle cassette di sicurezza (o in altri luoghi) e frutto di attività mai dichiarate al Fisco. Per farle emergere, però, il 78,1% dei professionisti ritiene indispensabile dare maggior appeal alla sanatoria su questo fronte.
Gli altri correttivi più richiesti puntano invece a correggere alcune spigolosità della procedura: dalla riduzione delle sanzioni o dei periodi accertabili per i Paesi divenuti trasparenti (53,1%) alla semplificazione delle procedure di calcolo (38,5%), che oggi richiedono una probatio diabolica sull’origine del denaro. Più criticabile in termini di equità generale la riapertura della procedura a chi ha già fatto la prima voluntary (indicata dal 35,4%), visto che tra gli esclusi ci sono gli evasori più irriducibili. Senza trascurare i rapporti tra gli aderenti alle due voluntary: la deducibilità delle imposte pagate all’estero anche in ipotesi di omessa dichiarazione, infatti, è apprezzata dall’80,2% degli operatori, ma non era prevista nella prima voluntary.
La prima tranche della procedura, d’altra parte, ha già fatto emergere risorse rilevanti (59 miliardi). Lo si vede anche dagli importi dichiarati dai contribuenti nel quadro RW, passati da 91 a 241 miliardi tra il 2013 e il 2015 (tra conti correnti e depositi, attività finanziarie, immobili, lingotti, yacht e altri beni). E questo ha generato anche un riflesso sulle imposte: negli stessi anni il gettito dell’Ivafe (la tassa sulle attività finanziarie) è quasi triplicato a 93 milioni.

Cristiano Dell’Oste
Michela Finizio
Valentina Melis

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