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Voluntary-bis «allargata» al 2015

Lotta all’evasione: sul contante spunta l’ipotesi della certificazione della provenienza
Se è ormai fuori discussione che la voluntary disclosure-bis vedrà la luce, e che probabilmente avverrà nella legge di bilancio (lo ha confermato ancora ieri il viceministro Luigi Casero al Forum Tax di Milano), la partita sul «come» sarà la si sta giocando tutta in queste ore.
I versanti aperti sono molti, a dispetto delle intenzioni iniziali di riproporre la vecchia legge 186/14 con le varianti minime necessarie. E siccome la vd-bis vorrebbe essere il momento dell’emersione del contante/cassette di sicurezza – operazione di fatto fallita nella vd passata – le tensioni di queste ore si stanno concentrando su questo “asset”, da cui i tecnici del Mef, di Bankitalia e delle Entrate si aspettano una disclosure imponente, in grado di raggiungere nella migliore delle ipotesi il gettito del primo giro.
Oltre alla definizione di una soglia di tassabilità della nuova emersione, che dovrebbe in sostanza allinearsi alle aliquote Irpef per chiare ragioni di equità, questione non secondaria è «chi» sarà chiamato a certificare il cosiddetto “nero domestico”. È evidente come la sanatoria consentita dalla vd sia un tema scivoloso quando si parla di contante, visto che cassette di sicurezza e casseforti private potrebbero diventare veicolo di lavaggio (cioè riciclaggio) di denaro che ha ben poco a che vedere con l’evasione fiscale.
Le ipotesi sul tavolo sono due: una pista “light”, in cui sarebbero gli intermediari – banche, fiduciarie eccetera – a certificare la provenienza esclusivamente “fiscale” dei depositi; e una pista invece più “strong” in cui la verifica del “non provento da illecito” (quindi escludendo il riciclaggio) verrebbe affidata alla Guardia di finanza.
Le due alternative hanno ovviamente pro e contro, sui quali si sta giocando il braccio di ferro di queste ore. La certificazione light sarebbe in sostanza più attrattiva per il candidato “emergente”, ma offre in teoria meno garanzie per l’erario – e anche per il contribuente in caso di iniziative dell’autorità giudiziaria. Il canale della Gdf, per contro, darebbe luogo a una certificazione inattaccabile, ma probabilmente allontanerebbe l’appeal per molti candidati o candidabili all’emersione. Forse la soluzione più verosimile, in questa ipotesi, potrebbe essere l’intervento dell’agenzia fiscale in ruolo di “certificatore”.
Quanto alle annualità della riapertura dei termini, è molto probabile che la sanatoria arriverà a coprire tutto il 2015, dopo che in un primo momento si era affacciata la chance di prendere anche il 2016 (che però è un’annualità tecnicamente ancora aperta, sia per l’eventuale Rw sia per le altre dichiarazioni).
Per quanto riguarda il rientro dei capitali dall’estero – tema molto “arato” dalla vd-1, ma che avrebbe ancora margini di recupero importanti in molti ex paradisi fiscali – la questione sanzioni non verrebbe neppure posta nel nuovo provvedimento, replicando di fatto le percentuali (molto abbordabili) della legge 186/14. L’unico aspetto da armonizzare, sul capitolo rientro dei capitali, è l’aggiornamento dei paesi diventati nel frattempo collaborativi, cosa che peraltro avviene per via regolamentare.
Le attese di gettito a margine del capitolo 2 della voluntary disclosure sono comunque importanti: stando ai numeri presentati ieri dal ministro Padoan in Parlamento – nella nota di aggiornamento al Def – sarebbero una buona parte di quei 2,6 miliardi di entrate aggiuntive. Molto dipenderà comunque dal successo dell’emersione cosiddetta domestica, sia per l’ammontare (il circolante sparito dai monitor del fisco è di diverse decine di miliardi, secondo stime prudenti) sia per l’aliquota che alla fine si deciderà di applicare.

Alessandro Galimberti
Marco Mobili

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