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«Volkwagen: è frode, non un dieselgate»

Come primo elemento ha voluto scongiurare un rischio: che il caso Volkswagen si possa tradurre in un minore fiducia verso tutta l’industria europea, anche quella italiana. «Non esiste un Dieselgate o una quesione diesel». Giorgio?Squinzi l’ha detto chiaramente ai deputati delle Commissioni Ambiente e Industria di Montecitorio. È un caso «complesso e grave» che riguarda una sola industria e va vista per quello che realmente è: «una frode». E va evitato che «un caso singolo diventi il paradigma di un’intera industria», ha continuato Squinzi, sottolineando le eccellenze del nostro manifatturiero in materia di efficienza energetica, sostenibilità e rispetto delle regole ambientali.
La preoccupazione del presidente di Confindustria è che il caso dell’azienda tedesca «non porti ad assumere decisioni sull’onda dell’emotività, compromettendo la qualità delle norme ed introducendo standard più rigidi di quelli necessari. No quindi a «frettolose o improprie valutazioni sulle scelte di politica ambientale della Ue, sia possibili pericolose virate». Il comportamento della Volkswagen va ricondotto a quell’impresa, ha sottolienato Squinzi, e non ad un generale atteggiamento delle imprese costruttrici di autoveicoli.
Per quanto riguarda l’impatto economico della vicenda secondo Squinzi ci vorrà ancora qualche mese, tre o quattro, per valutarlo. Per ora c’è una marcata caduta dell’indice di fiducia degli investitori tedeschi, ma le indicazioni delle aziende italiane non segnalano «rilevanti e anomali» cambiamenti degli ordini. Per l’Italia ci sono luci e ombre: i segnali rassicuranti riguardano i piani di investimento dei marchi italiani del gruppo, Ducati, Lamborghini e Italdesign, che non verranno toccati. Invece ci sono forti preoccupazioni, ha detto il presidente di Confindustria, per gli effetti sull’indotto, dal momento che le aziende italiane della componentistica auto esportano molto in Germania, diventata nostro primo partner commerciale, «pesando per il 25% sulle vendite italiane all’estero». In questa fase l’eutomotive ha ricominciato a crescere: in Europa si dovrebbe arrivare a circa 23 milioni di veicoli nel 2020, 23% in più della produzione mondiale e 3% in più del 2013. In Italia nel 2015 si dovrebbero produrre 250mila vetture più del 2014.
L’eco mediatica della vicenda, ha aggiunto il presidente di Confindustria, non deve far credere che l’Europa sia più tollerante degli Stati Uniti verso le case produttrici o che nella Ue non si effettuino controlli efficaci sui consumi delle auto. «Le norme europee e americane non sono confrontabili, prevedono procedure e sistemi di controllo completamente diversi, ma nessuna delle due è di per sè migliore dell’altra». L’Europa non ha ridotto i suoi sforzi per ridurre le emissioni dai motori diesel, proprio la normativa Euro 6 ha introdotto «limiti sfidanti». L’impegno green della Ue, quindi, c’è. Ma, altra preoccupazione di Squinzi, l’impatto della vicenda sulla trattativa per l’area di libero scambio Europa-Usa, il Ttip, potrebbe provocare «asimmetrie nella concorrenza».

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