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Volkswagen: partono le class action da tutto il mondo

La strada per recuperare la fiducia dei consumatori è lunga e tortuosa, ma quella giudiziaria per Volkswagen potrebbe essere ancora più impervia: negli Usa la prima class action è già partita, in Europa molti stanno già affilando le armi e in Italia? «È possibile, non si può prevedere, ma certamente è possibile», ha spiegato ieri il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio.
Certo va detto che lo strumento della class action in Italia non è mai davvero decollato – le associazioni dei consumatori da giorni si sono comunque messi in pista – e dallo stesso ministero dei Trasporti fanno capire che prima servono evidenze certe sugli sforamenti delle emissioni anche in Italia: questa settimana il Mit dovrebbe dare indicazioni sui criteri che saranno utilizzati per monitorare un migliaio di auto, diesel e anche di altri marchi. Controlli per i quali serviranno mesi: quindi bisognerà in ogni caso attendere. Intanto è lo stesso governo italiano a ribadire come si sia in attesa di numeri precisi direttamente dalla Germania: «Attendiamo i dati della motorizzazione tedesca e della Volkswagen sul numero dei veicoli che hanno montato queste centraline truccate», ha ricordato Delrio che ieri ha anche telefonato al suo collega tedesco spiegando le misure adottate dall’Italia ed esprimendo fiducia nelle richieste che l’esecutivo tedesco ha indirizzato alla Volkswagen.
Ma intanto oltreoceano – epicentro del terremoto Volkswagen che poi ha raggiunto l’Europa – accanto alle indagini aperte dalle autorità federali e alle cause che si apprestano a intentare decine di Stati americani oltre a quelle di un’ottantina di singoli consumatori, si è già messa in moto la prima class action: si tratta di un fondo pensione del Michigan in rappresentanza di una serie di investitori in titoli Vw, che ritengono di aver pagato prezzi gonfiati dalle emissioni nascoste. Un’iniziativa a cui rischiano di affiancarsi quelle di numerosi concessionari e soprattutto consumatori, con un danno economico che potrebbe portare il conto finale ben oltre i 50 miliardi stimati finora: gli ossidi di azoto e le polveri sottili nascosti dal software incriminato sono infatti ad alto rischio per la salute, specie dei bambini.
E la class action americana potrebbe trovare un’eco in Europa e in Italia, dove Adusbef e Federconsumatori dicono di essere in contatto con le altre associazioni europee per sollecitare una class action su scala continentale e dar via a un intervento «urgente» su Volkswagen a difesa dei possessori delle auto coinvolte. Il Codacons fa sapere invece di aver già raccolto oltre 12mila pre-adesioni su tutto il territorio nazionale da parte di proprietari di auto diesel della Volkswagen per la class action annunciata nei giorni scorsi e con l’atto di citazione contro la casa automobilistica tedesca pronta a partire in queste ore.
Ma è la stesa Berlino che ha deciso di non stare a guardare: il ministero della Giustizia nei giorni scorsi ha annunciato la volontà di introdurre le norme per favorire le class action dal 2016, potenziando così gli strumenti a tutela del consumatore visto che attualmente in Germania non c’è quasi alcun modo per far valere contemporaneamente i diritti di un gran numero di danneggiati. Solo per chi investe sui mercati sono possibili le «Musterklagen» attraverso le quali investitori, ad esempio mal consigliati da banche nella gestione di fondi, fanno causa insieme. Dalla Spagna invece sembra essere partita una prima denuncia per frode contro Volkswagen a firma di «Manos Limpias», un sindacato di destra. Mentre dall’Olanda un gruppo di investitori si è detto pronto a portare in tribunale il marchio di Wolfsburg per le maxi perdite in borsa.
Intanto restano cucite le bocche dei concessionari italiani che, in evidente imbarazzo, che si trincerano dietro il no comment rimandando alla casa madre per qualsiasi informazione, anche relativa alle conseguenze per chi possiede i modelli che potrebbero essere coinvolti.

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