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Volkswagen, la Borsa guarda all’aumento

Questa volta il «crash test» non lo fanno le automobili. Ma l’intero gruppo Volkswagen, con tutti i suoi 78 anni di storia. Perché tra multe miliardarie, costi per richiamare le auto, class action e reputazione incrinata, è legittimo chiedersi: lo scandalo del diesel sarà sufficiente per mettere in ginocchio uno dei gruppi più solidi, grandi e blasonati del mondo? Continua pagina? 4
Morya LongoContinua da pagina 1 La risposta, per quanto analisti ed esperti di bilanci possano stimare ora, è probabilmente «no»: Volkswagen – dicono tutti – ha le spalle abbastanza larghe per sopportare questo durissimo «crash test». Eppure l’opinione prevalente è che non possa farlo da solo: alla fine il gruppo tedesco sarà probabilmente costretto a varare un aumento di capitale miliardario. La Borsa inizia a crederci.
La stima dei costi
Sebbene sia impossibile ad oggi fare conti precisi in tasca al gruppo tedesco, qualche indicazione si può azzardare. Volkswagen ha già annunciato accantonamenti per 6,5 miliardi di euro, cifra che – secondo molti analisti – basta appena per richiamare gli 11 milioni di veicoli “infettati” dal software. Questo accantonamento, dunque, potrebbe bastare solo per i richiami. Purtroppo ci sono altre incognite che potrebbero pesare sui conti ancora di più.
Per esempio le multe. L’Epa, cioè l’agenzia americana per l’ambiente, potrebbe infliggere una sanzione a Volkswagen che – secondo i calcoli che sono girati in questi giorni – potrebbe arrivare fino a 18 miliardi di dollari. Gli esperti tendono a ridimensionare questa cifra, perché mai l’Epa è arrivata a tanto. Così Max Warburton, analista molto influente di Bernstein, prevede che al massimo la multa Epa possa arrivare a 7,4 miliardi di dollari. Un altro analista, che preferisce restare anonimo, concorda con il ridimensionamento: «Queste multe alla fine vengono risolte con transazioni che abbassano l’importo». Anche Moody’s stima meno dei 18 miliardi. Sta di fatto che anche dall’Epa arriverà un costo miliardario. E, forse, multe altrettanto pesanti potrebbero arrivare da altre autorità di altri Paesi.
C’è poi il problema dell’aumento del costo del finanziamento. Volkswagen è nota per riuscire ad ottenere credito (sia in banca, sia sul mercato obbligazionario) pagando tassi d’interesse bassissimi. Merito della solidità dei suoi bilanci e della nazionalità tedesca. Ma questa vicenda ha incrinato la fiducia degli investitori: da un sondaggio di Evercore ISI tra 62 case d’investimento, emerge che due terzi di loro ritengono impossibile investire in Volkswagen nei prossimi 6 mesi. Questo sta aumentando il costo del finanziamento del gruppo. Si pensi che un bond quinquennale di Volkswagen rendeva, fino a due settimane fa, meno dell’1%. Ora lo stesso bond è costretto ad offrire un rendimento del 2,83%, per trovare qualcuno disposto a comprarlo. Praticamente il tasso d’interesse è triplicato.
Questo significa che è triplicato anche il costo del rifinanziamento del debito del gruppo tedesco. Volkswagen, secondo i dati di Bloomberg, da qui al 2017 deve rimborsare obbligazioni per 34 miliardi di euro. È vero che molte di queste obbligazioni sono garantite dal credito al consumo, dunque non gravano davvero sui bilanci del gruppo. Ma in ogni caso il costo per rifinanziare il debito aumenterà. E crescerà soprattutto se le agenzie di rating declasseranno il gruppo. Moody’s ha già messo il giudizio sotto «prospettive negative», mentre Fitch è più cauta.
Ci sono poi altri costi possibili, attualmente incalcolabili. Per esempio il costo legale, su cui è impossibile azzardare previsioni. C’è poi quello reputazionale, sul quale si concentrano le analisi di Moody’s: «Siamo preoccupati per il possibile effetto domino che dagli Stati Uniti, dove Vw ha una quota di mercato solo del 5%, possa colpire il mercato europeo». Ma su questo fronte l’impatto è tutto da vedere: scandali simili, sebbene più piccoli, in passato non hanno modificato più di tanto le quote di mercato.
L’impatto sul bilancio
Per fortuna Volkswagen ha un bilancio solidissimo. Escludendo i bond garantiti dai crediti commerciali per l’acquisto di automobili, i debiti effettivi della società industriale Volkswagen ammontano a soli 11 miliardi: considerando che la liquidità è pari a 17,6 miliardi e che i titoli in bilancio facilmente liquidabili ammontano a 15 miliardi, Volkswagen ha una posizione finanziaria netta positiva per 21,5 miliardi. In parole semplici: ha più soldi in cassa che debiti. Solo se si considera il fondo pensione (che per il gruppo è un debito futuro), la posizione finanziaria va in negativo per 6,7 miliardi. Resta comunque un signor bilancio. Anche perché i flussi di cassa sono considerevoli e il gruppo sta per incassare – ricorda Fitch – «tra 5 e 5,5 miliardi di euro dalla vendita delle quote di Lease Plan e Suzuki».
Il punto è capire fino a quanto questo bilancio possa reggere l’urto in arrivo. Secondo Max Warburton, analista di Bernstein, Volkswagen può sopportare con le proprie forze fino a un costo complessivo di 10 miliardi di euro. «Oltre questa cifra – scrive – un aumento di capitale sarà molto probabile». Prendendo la stima massima di alcuni analisti, cioè 20 miliardi di costi finali, l’aumento di capitale (sotto varie forme) potrebbe arrivare a 10 miliardi. Un altro analista che preferisce restare anonimo, pur senza azzardare previsioni, abbassa però le soglie: «Volkswagen ha sempre tenuto a mantenere il proprio rating e a restare solida – osserva -. Se bruciasse liquidità per pagare le multe e i richiami, però, rischierebbe di perdere parte di questa forza». Come dire: in ogni caso, pur di mantenere lo status di colosso dalle spalle solide, il gruppo prima o poi cercherà di varare un aumento di capitale o qualche altra forma di rafforzamento patrimoniale. Queste, per ora, sono solo ipotesi di scuola. Scommesse di Borsa. La storia è ancora tutta da scrivere.

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