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Volkswagen, giallo sui richiami

Una campagna di richiami tra le più costose della storia. Volkswagen sta preparando il richiamo in Europa di 8,5 milioni di veicoli i cui motori diesel sono dotati di un software in grado di falsare i test sulle emissioni inquinanti; nel frattempo il gruppo smentisce – dopo una giornata di dubbi – che lo scandalo coinvolga anche veicoli più recenti di quelli finora identificati.
Ieri mattina il colosso di Wolfsburg aveva detto infatti di avere avviato verifiche sui motori della serie EA288, montati su auto in vendita dal 2012 e che per un certo periodo sono stati conformi alle norme Euro5 (ora le nuove versioni dello stesso propulsore sono in vendita come Euro6); in serata è poi arrivata la smentita: i motori delle serie EA288 non hanno mai utilizzato il software che attivava i dispositivi antinquinamento solo in fase di test. «Dopo accurate verifiche è ora chiaro che il software in questione non è installato nei veicoli con i motori della serie EA288», né quelli Euro5 né Euro6. L’affare – ha ribadito l’azienda – riguarda quindi solo i motori del tipo EA189.
Al di là della rapida smentita, la vicenda di ieri non dà certo l’impressione che Vw abbia la situazione sotto controllo: «È un grosso problema e suggerisce che Vw non conosce i suoi prodotti, il che è una tragedia» ha detto il professor Ferdinand Dudenhöffer, esperto del settore auto.
La Volkswagen Italia, nel frattempo, ha fatto sapere che i veicoli interessati dall’azione di richiamo crescono a 709.712 unità. La differenza – spiega Volkswagen Italia – è dovuta all’inclusione di tutti i veicoli con motore EA 189, indipendentemente dallo standard di emissioni. I richiami aggiornati riguardano: 385.694 Volkswagen, 231.729 Audi, 35.343 Seat, 39.598 Skoda, 17.348 Volkswagen Veicoli Commerciali.
Ieri le azioni Volkswagen non hanno risentito più di tanto delle ipotesi di allargamento dello scandalo: le privilegiate hanno chiuso in rialzo a Francoforte del 3,4% a 103,8 euro.
Per quanto riguarda il costo dei richiami, l’azienda dovrà installare nuove componenti su veicoli che in origine non le prevedevano; dovrà farlo in officine attrezzate appositamente e far approvare i lavori da decine di autorità di diversi Paesi. Non solo: Vw dovrà compensare i concessionari per le auto che non riusciranno a vendere e affrontare 325 cause intentate da consumatori Usa. Secondo il Center of Automotive Management in Bergisch Gladbach, Germany, se si aggiungono le multe in Usa ed Europa il costo complessivo potrebbe superare i 30 miliardi di euro. Alliance Bernstein, in un report diffuso lundì, stimava in «15-20 miliardi le uscite di cassa legate allo scandalo».
Per fra fronte agli enormi costi addizionali l’azienda ha annunciato un piano di risparmi (gli investimenti verranno tagliati di 1 miliardo l’anno alla sola marca Vw) e gli osservatori non escludono che debba prendere misure più drastiche, come cedere uno o più marchi, scorporare la divisione veicoli industriali o aumentare il capitale. Secondo l’agenzia Bloomberg, che cita una fonte vicina al dossier, «un aumento di capitale non è attualmente in discussione». Questo mese la banca Vw ha iniziato a proporre depositi a vista remunerati all’1,25% – scrive «Handelsblatt» con il possibile obiettivo di accumulare liquidità (anche se ufficialmente la campagna è legata al 25° anniversario della banca).
Prosegue nel frattempo anche la ricerca delle responsabilità. Dopo la sospensione nei giorni scorsi del responsabile del controllo qualità, Frank Tuch – il quinto manager sospeso dalle sue funzioni -, «Manager Magazin» scrive che il consiglio direttivo della marca Volkswagen si sarebbe occupato del caso già all’inizio del 2014; la notizia è stata smentita da un portavoce del gruppo. A quell’epoca Martin Winterkorn, l’ex amministratore delegato del gruppo dimessosi per lo scandalo, ricopriva lo stesso ruolo proprio alla marca Vw. «Era a conoscenza del problema?» scrive la «Frankfurter Allgemeine Zeitung»?

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