Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Vola lo spread: BTp-Bund a 488 punti

In fuga da Spagna e Italia. Di corsa verso Francia, Olanda e persino Belgio. Intimoriti da una crisi dell’Eurodebito che sembra non avere fine, gli investitori continuano paradossalmente a perdere soldi pur di parcheggiarli nei paesi che ritengono più solidi. Oltre alla consueta Germania, oramai anche Amsterdam, Parigi e Bruxelles si possono permettere il lusso di non remunerare i capitali che, sempre più in massa, vengono riversati nei loro forzieri. Specularmente a pagare dazio ancora una volta sono i debiti dei paesi da tempo nel mirino della speculazione, come l’Italia, sulle cui banche ieri è cadute anche la scure di Moody’s. Il tutto, in una giornata in cui le Borse sono apparse deboli: Milano è scesa dello 0,36%, Parigi dello 0,03%, Madrid dell’1,99%. Da segnalare invece il calo di Shanghai, la borsa cinese, che ieri ha toccato i minimi dal 2009.
La scure di Moody’s
Certo non ha potuto influire sull’andamento del listino milanese la mossa di Moody’s che nella tarda serata di ieri ha annunciato una raffica di downgrade su banche, società e 23 enti locali italiani. Una mossa attesa (cui potrebbe seguire a breve anche l’intervento di Fitch) e peraltro già scontata nelle scorse sedute, che segue inevitabilmente la retrocessione a Baa2 da A3 del rating sovrano decisa dall’agenzia il 13 luglio scorso. Sul fronte bancario i giudizi di UniCredit e Intesa Sanpaolo sono passati da A3 a Baa2. Baa2 è il giudizio anche di Cassa Depositi e Prestiti, Banca Cr Firenze e Banca Imi. Abbassato di un solo “scalino”, da Baa1 a Baa2, il voto di Banca Monte Parma, Cariparma e Friuladria. Se scende da Baa2 a Baa3 il rating di Carige e Credem, è confermato invece il Baa2 di Bnl. Tra i grandi gruppi colpiti anche Eni (ad A3 da A2) e Poste Italiane (da A3 a Baa2), messo invece sotto osservazione il rating Baa2 di Finmeccanica e il giudizio di Snam. Moody’s ha abbassato il voto anche di sette società: Atlantia, Terna, Acea e Compagnia Valdostana delle Acque mentre Hera è sotto osservazione per un possibile downgrade. Insomma, una raffica di downgrade, accompagnati da outlook negativi, che riflettono la difficile situazione «macroeconomica italiana» e che, soprattutto nel caso delle banche, sono legati al possesso di un ampio portafoglio di titoli di Stato sempre più sotto pressione.
I motivi di tensione
Del resto anche ieri la spia più evidente della tensione sui titoli periferici ieri era data dallo spread. Il differenziale tra i BTp e i Bund ha toccato in giornata quota 496 punti, il massimo dal 16 gennaio, prima di rientrare in chiusura a quota 488, con il saggio decennale al 6,11%. Più violento il rialzo dello spread spagnolo, a quota 538, con il tasso del Bonos al 6,82%. Cosa c’è dietro questa nuova accelerazione? Due ieri i motivi di sfiducia. Il primo proveniva dalla Germania: la corte costituzionale ha infatti rimandato al 12 settembre la ratifica tedesca al fondo Esm. Per i mercati è stata una vera doccia fredda. Perchè si rafforza la tesi di chi crede che la Germania stia procrastinando all’infinito l’ok a una formalità che da tutti era data per scontata. Al baloccamento tedesco ieri si sono aggiunti gli allarmi dell’Fmi, che pur riconoscendo gli «importanti passi» avanti di Italia e Spagna, ha comunque segnalato il rischio che «uno dei due Paesi perda accesso ai mercati». Per gli operatori ce n’era abbastanza per vendere titoli di Stato italiani e spagnoli. Che, complice un mercato poco liquido, hanno visto accentuare il loro movimento di prezzi al ribasso.
La corsa ai porti sicuri
L’altra faccia della paura dell’Eurocrack è rappresentata dalla corsa ai titoli dei paesi core e semi-core. Un po’ irragionevole, visto che qualora si assistesse a un break up dell’euro, nessun paese ne uscirebbe davvero indenne. Eppure così è: complice l’azzeramento della Bce dei tassi sulla deposit facility, gli investitori cercano “parcheggi” alternativi a quelli della Bce – oramai infruttuosi – dove piazzare a brevissimo termine il loro denaro. La caccia a un maggior rendimento rispetto a quelli dei Bund – che sui due anni offrono tassi negativi e sui cinque anni lo 0,28% – si sta spargendo sui paesi dei titoli percepiti come “simili” a quelli tedeschi. L’effetto è impressionante sul tratto più ravvicinato della curva dei rendimenti, termometro più sensibile della fiducia dei mercati. Sulla scadenza a due anni l’Olanda si fa addirittura pagare per essere finanziata, tanto che il tasso biennale ieri negativo per lo 0,03%. Azzerati i rendimenti biennali anche di Francia (0,02%), Austria (0,04%) e persino del Belgio (0,17%), che pur deve fare i conti con un rapporto/Pil pari al 100% circa. Nella corsa ai porti sicuri non poteva però certo mancare la carta americana, il cui rendimento decennale è sceso al minimo storico di 1,44%. Che cosa raccontano questi numeri? Il mercato sta scontando una divaricazione tra due “Europe”: una più solida, agganciata alla Germania, che si suppone in grado di resistere a uno evento shock come la spaccatura della moneta unica. L’altra Europa, più fragile, costituita dai paesi mediterranei come Spagna, Portogallo e Italia – seppure su gradini differenti – appesantita da un alto debito, da una scarsa crescita e giudicata non in grado di rimettersi in piedi, nonostante gli enormi passi in avanti fatti negli ultimi mesi. Un’autentica divaricazione, giudicata eccessiva dallo stesso fondo monetario. E non giustificata dai fondamentali. Ma, questo, ai mercati interessa poco.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’anno del Covid si porta via, oltre ai tanti morti, 150 miliardi di Pil. Ma oggi si può dire che...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Forte crescita dell’attività di private equity nei primi due mesi dell’anno. Secondo il dodices...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Goldman Sachs ha riavviato il suo trading desk di criptovalute e inizierà a trattare futures su bit...

Oggi sulla stampa