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Vola l’euro, vendite sui titoli di Stato

I mercati si aspettavano che Draghi vestisse per l’ennesima volta i panni del “Cavaliere bianco” annunciando un “super Qe”, o “Qe2”. Invece quel che ne è stato – taglio del tasso sui depositi da -0,2% a -0,3% ed estensione temporale del piano di acquisti da settembre 2016 a marzo 2017 con l’inclusione anche dei bond dei governi locali – può definirsi un aggiornamento della prima versione, il piano di stimoli lanciato a marzo, ma non un forte potenziamento delle regole del gioco.
I mercati si erano troppo ingolositi, forti anche delle dichiarazioni delle ultime settimane che spianavano la strada a un aumento della quantità di stimoli mensili, da 60 miliardi a 70-80. Così non è stato e così sono scattate, dalle 14.30 in poi (quando il governatore della Bce Mario Draghi ha iniziato a parlare in conferenza stampa) forti vendite sull’euro, irrobustite dall’influenza che ormai gli algoritmi hanno sugli scambi. L’euro è rimbalzato con violenza di quattro figure portandosi da quota 1,053 in area 1,09 dollari. In un perfetto movimento a fisarmonica le Borse hanno accusato il colpo (si veda articolo a pagina 4) e i tassi sui titoli di Stato dell’Eurozona sono risaliti un po’ su tutte le scadenze (considerato che il quantitative easing della Bce copre la curva dei rendimenti da 2 a 30 anni). Il rendimento del BTp decennale si è portato all’1,62% (sempre più lontano dal minimo dell’anno dell’1,1% di marzo) e lo spread con il rispettivo Bund tedesco si è riavvicinato in zona 100 punti. Il taglio del tasso sui depositi (in pratica quanto oggi pagano le banche per parcheggiare a fine giornata la riserve nel conto Bce) è stato portato a -0,3% ma i mercati si aspettavano qualcosa in più (magari un doppio tasso sui depositi come avviene oggi in Svizzera) considerato che i titoli tedeschi a 2 anni si erano posizionati a -0,44%. Dopo l’annuncio di Draghi anche questi titoli sono stati venduti con i tassi, seppur ampiamente sottozero (-0,3%, proprio in linea con il nuovo tasso sui depositi), in forte risalita.
È quindi evidente che Draghi questa volta ha deluso per ora le attese degli investitori. Ma è altrettanto netto che questa volta le attese erano probabilmente eccessive. Perché non tenevano conto che una buona metà della politica monetaria della Bce (il cui obiettivo di fondo resta svalutare la divisa europea) la stanno facendo indirettamente gli Usa che invece si apprestano a rialzare per la prima volta dal 2006 il costo del denaro il 16 dicembre, il che ha spinto il dollaro all’insù per tutto l’anno. «Di fronte al rialzo in vista da parte della Fed la Bce non ha potuto dare fuoco alle polveri – spiega Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet asset management -. Questo perché un dollaro troppo forte rischia di fare più male che bene alle prospettive di recupero dell’economia mondiale, creando scompensi sui mercati emergenti, Cina compresa. Di conseguenza Draghi avrà valutato questo aspetto, ovvero la divergenza delle politiche monetarie tra Usa e zona euro, decidendo di non calcare troppo la mano, anche per via di conflitti politici interni (la decisione della Bce non è stata presa ad unanimità, ndr)».
A questo punto resta da capire quanto della reazione a caldo dei mercati rientri in normali prese di beneficio dopo i recenti forti rialzi e a quanto ammonti la componente di delusione. Quanto visto ieri dovrebbe insegnare agli operatori che Draghi non è obbligato sempre a “sorprenderli”. «Gli investitori che si sono lasciati sorprendere dovranno imparare a guardare con più attenzione i dati macro – spiega Azad Zangana, senior european economist & strategist di Schroders – e a non aspettarsi che la Bce punti sempre a tranquillizzarli». Tuttavia, ora Draghi potrebbe avere qualche problemino in più nella comunicazione con i mercati. «A ottobre ha creato forti aspettative riducendo al ribasso le aspettative di inflazione e al rialzo quelle di un intervento della Bce – spiega Andrew Belshaw, head of investments London di Western asset (gruppo Legg Mason) -. Gli investitori potrebbero essere più scettici in futuro sulle sue parole».

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