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Vola la produzione ma il lavoro resta fermo

L’Italia va. Lo certifica l’Istat: la produzione industriale, dopo anni di cali ininterrotti, è salita del 4,4%. Una marcia iniziata nell’agosto 2016. Tanto che il Financial Times titola sul suo sito: «La ripresa c’è» e «l’Italia è in marcia». Parole che sono miele per il governo. Il premier Gentiloni segnala che «dati così solo uno o due anni fa li avremmo considerati impossibili da raggiungere». Invece sono arrivati e il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, assicura che il governo «continuerà a concentrare risorse a beneficio delle imprese che producono e creano lavoro ».
Ma è qui, sulla parola lavoro che il dato perde la sua spinta propulsiva. Perché se è vero che il settore dell’auto vola, +9,4 sul 2016, l’alimentare segna +6,9% e i beni strumentali toccano +5,9%, sul lavoro l’effetto non si vede. A ricordarlo è l’Ocse, che certifica che nei Paesi industrializzati per il secondo mese la disoccupazione media è «stabile» al 5,8%. Quella italiana segna 11,3% e sale al 35,5% quella giovanile. Una ripresa senza ombra o quasi di nuovi posti di lavoro. Una contraddizione. «E sì – conferma l’economista Marcello Messori – e da economista potrei dire, come fanno molti, aspettiamo un po’ di tempo. Ma credo che l’attesa non basti. La verità è che l’occupazione non cresce in Italia, ma nemmeno in Europa o negli Usa. O meglio è salita meno di quanto era naturale attendersi. Le spiegazioni posso essere tante – continua Messori – ci sono investimenti innovativi che dovrebbero condurre a un aumento della produttività (che non si vede). Condivido quanto sostiene Olivier Blanchard, (capo economista del Fondo monetario ndr) e cioè che il quadro sia ormai mutato e in movimento. Nulla è più come un tempo. Dinamica salariale, produttività e Pil prima erano vasi comunicanti. L’Italia è il caso estremo. Salari fermi, tecnologia, stanno cambiando il quadro d’insieme, mentre i sindacati non sono più così forti». La ricetta di Marcello Messori passa per una spinta all’innovazione e un aumento degli investimenti pubblici. «Che però non possono che arrivare dall’Europa conclude – visti i vincoli di bilancio italiani e la nostra burocrazia».

Barbara Ardù

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