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Vola il Pil americano: +4% Obama: “Sono i risultati delle nostre decisioni”

Alimentata dagli acquisti di auto, elettrodomestici e altri beni durevoli dei consumatori americani, che ormai hanno dimenticato le paure della crisi, e grazie all’aumento delle scorte delle industrie e alle costruzioni, l’economia americana torna a ruggire come un tempo. Nel secondo trimestre del 2014, secondo i dati pubblicati ieri mattina del ministero del commercio di Washington, il Pil, cioè il valore dei beni e dei servizi prodotti nel paese, è cresciuto del 4 per cento, cioè ben al di sopra delle previsioni degli esperti che parlavano del 3 per cento.

Tra aprile e giugno la spesa dei consumatori, che rappresenta i due terzi del Pil, è salita del 2,5 per cento, mentre il tasso di risparmio è passato dal 4,9 al 5,3 per cento. Il ministero ha anche rivisto al rialzo i dati del primo trimestre: in quei mesi tormentati dal freddo, dalla neve e dai venti artici, la contrazione del Pil è stata solo del 2,1 per cento, non del 2,9. E ora tutto lascia pensare a una crescita economica sul 2 per cento per il 2014. Anche l’occupazione va bene: i dati di luglio saranno resi noti venerdì, ma si ipotizza già un aumento di 230 mila posti. L’unico neo è un +11,7 per cento del valore delle importazioni, rispetto al +9,5 dell’export del Made in Usa.
«La disoccupazione è a livello più basso dal settembre 2008 e negli ultimi 52 mesi le nostre imprese hanno creato 10milioni di posti», ha ricordato ieri Barack Obama in un discorso a Kansas City, compiacendosi degli ultimi dati. «Evidentemente le nostre decisioni ci stanno ripagando. Le nostre aziende energetiche, tecnologiche e automobilistiche sono in pieno boom», ha aggiunto il presidente. «E stiamo esportando i nostri prodotti in giro per il mondo».
Poco dopo le cifre sul Pil e le parole di Obama, e sempre ad avvalorare il nuovo clima, è arrivato il comunicato della Federal Reserve di Janet Yellen alla fine di due giorni di lavoro. «C’è stata una ripresa dell’attività economica e del mercato del lavoro, mentre l’inflazione è vicina all’obiettivo del 2 per cento», ha osservato la Fed, annunciando una riduzione di 10 miliardi di dollari nell’azione di stimolo monetario, che si fermerà quindi a 25 miliardi al mese. Viene confermato così l’avvio — lento, ma inesorabile; atteso, ma non per questo gradito ai mercati — di una fase di stretta creditizia. Del resto si sa già che le iniezioni di liquidità di 25 miliardi di dollari al mese al cesseranno ad ottobre. L’impennata del Pil americano è servito a tranquillizzare tutte le piazze mondiali in un momento in cui la tragedia di Gaza e le tensioni con Mosca sull’Ucraina avevano creato forti preoccupazioni nel quadro internazionale. Alla fine della settimana scorsa si pensava al peggio, specie nelle piazze asiatiche. Lo sbuffo della locomotiva americana permette invece una maggiore serenità. Certo, molti esperti continuano a essere prudenti ricordando che il Toro continua da 5 anni e che l’indice S&P è quasi triplicato dal 2009.
Secondo l’ex-presidente della Fed Alan Greenspan, che ormai ha 88 anni, «è inevitabile avere presto una correzione di rotta significativa». «Scordatevi i capital gain: l’aumento dai tassi di interesse farà rallentare la crescita», gli ha fatto eco Bill Gross, la star della Pimco (e quindi dei bonds). Il dollaro ha comunque toccato i massimi delle ultime sette settimane rispetto allo yen e degli ultimi otto mesi sull’euro. Wall Street, invece, dopo un iniziale entusiasmo per i dati sul pil, è andata giù, poi su, poi giù di nuovo, come se non avesse una direzione precisa. A un’ora dalla chiusura l’indice Dow Jones era a quota 16868 con una perdita di 43 punti.
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