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“Vogliono umiliarci” Tsipras cerca alleati ma Syriza si spacca

“Terra e acqua”, si dice in greco: cioè l’atto della sottomissione. Solo che stavolta al posto dei persiani, a chiedere la resa incondizionata, ci sono i tedeschi. Il clima che si respira in Syriza e anche negli ambienti molto vicini al premier Alexis Tsipras è questo. «Si vuole umiliare un intero paese e il loro popolo. E allo stesso tempo si vuole far cadere un governo democraticamente eletto», tuonava il vicepresidente del Parlamento europeo Dimitrios Papadimoulis a MegaTv. Parole pesanti visto che Papadimoulis è un esponente di Syriza, e per di più dell’ala “moderata”.
La richiesta contenuta nella bozza dell’eurogruppo di «fare le riforme in tre giorni» è vissuta come un affronto da un lato, e come la dimostrazione che un pezzo d’Europa cerca solo un pretesto per far fuori la Grecia (o il suo esecutivo), alzando continuamente la posta. Insomma, una questione politica e non economica, come ha ribadito due giorni fa l’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis.
I punti che il governo dovrebbe approvare entro mercoledì sono di quelli che – ragionano dal partito – Tsipras non accetterà mai; in primis la riforma del mercato del lavoro, con l’addio della contrattazione collettiva, e poi il piano di privatizzazioni che, varato in 72 ore, «si trasformerebbe in una svendita».
Una situazione che ricorda quanto avvenne tre anni fa: il parlamento, su indicazione della troika, doveva approvare con una procedura urgente un pacchetto di provvedimenti; solo che i funzionari non fecero neanche in tempo a tradurre dall’inglese e allora ci si affidò a Google Translate. Così l’allora maggioranza di larghe intese votò interi passaggi che, in greco, non avevano un senso compiuto.
Se davvero alla fine la via dell’accordo passerà per il surplus di richieste e da varare in soli tre giorni, per Tsipras le strade sono due: o un cambio di maggioranza, con almeno una metà di Syriza (e forse anche i Greci indipendenti di Anel) pronta a votare contro; oppure le dimissioni dello stesso premier.
La minoranza interna riunita nella “Piattaforma di sinistra” era riuscita a non votare contro alla proposta di accordo portata in Parlamento dal premier, a parte singole defezioni, solo grazie a un sofismo: era un sì non al testo in sé, ma alla delega a trattare. Adesso di fronte a una nuova richiesta europea, ulteriormente peggiorativa, le possibilità di reggere l’urto sono vicine allo zero.
In quel caso Alexis Tsipras dovrà ricorrere ai voti dei socialisti del Pasok, dei centristi di To Potami (con il suo leader, Stauros Theodorakis, Tsipras si è sentito nella serata di ieri) e del centrodestra di Nuova Democrazia. Anche se va ricordato che nei giorni scorsi il primo ministro aveva ribadito il suo no ad un nuova grande coalizione, «non sarò un nuovo Papademos».
Il fatto è che più aumenta la rigidità dell’Europa e più Syriza rischia di deflagrare. Perché la lettura della crisi e dell’uscita dalla crisi è sostanzialmente condivisa da tutto il partito, ma sulla possibilità (o meno) di trovare un accordo onorevole e poi riformare i meccanismi europei la spaccatura è davvero netta.
Ai ribelli Tsipras potrebbe presentare il conto mettendogli sulla scrivania il regolamento di condotta fatto firmare a tutti al momento della candidatura l’anno scorso, il quale prevedeva un sorta di revoca del seggio in caso di indisciplina. Ma lì – sottolinea un esponente della minoranza – c’era scritto che si sarebbe dovuto abbandonare lo scranno se non si fosse rispettato il programma di Syriza: «E votare un nuovo memorandum non era mica nel programma… ». Per questo c’è anche l’ipotesi di convocare nuove elezioni politiche subito dopo l’eventuale compromesso con l’Unione europea. Il consenso verso Syriza è alto e sfiora il 40 per cento, secondo gli ultimi sondaggi. Tsipras non ha rivali veri né a destra né alla sua sinistra. In più la legge gli consentirebbe, visto che è passato meno di un anno dalle scorse elezioni, di decidere in piena autonomia la composizione delle liste. Riempiendole così di fedelissimi. «Se l’ala sinistra vuole scindersi può anche farlo, ma dove volete che vadano? Il premier oggi è un dominus assoluto», commenta un membro del Comitato centrale, versante maggioranza stavolta. La controindicazione è se, in questo momento, la Grecia può permettersi un nuovo stallo e un clima da campagna elettorale.
Infine, la seconda strada, il “piano B”. Cioè le dimissioni da primo ministro, una resa momentanea per facilitare le trattative guidate da un nuovo esecutivo tecnico, così da togliere di mezzo l’anomalia greca di un governo controcorrente e recalcitrante.
Sarebbe questo ipotetico governo – se trovasse i voti in Parlamento – a ritrovarsi tra le mani la patata bollente delle cosiddette riforme, perlopiù largamente popolari in un paese già economicamente depresso.
Solo che poi si tornerebbe al voto nel giro di pochi mesi. Con Tsipras candidato immacolato. Quindi più forte di prima.
C’è anche l’ipotesi di convocare le elezioni subito dopo l’eventuale compromesso con la Ue.
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