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“Vodafone è un modello vincente la crisi percepita solo in Spagna”

MILANO — Per Vittorio Colao, i due anni passati al vertice di Rcs e gli scontri con i suoi azionisti sono ormai un ricordo lontano. Nel 2006 è tornato in Vodafone e alla vigilia del crack Lehman ha assunto la guida operativa di tutto il gruppo, presente in 30 paesi del mondo. Con
Repubblica traccia il bilancio di questi quattro anni ricordando che ogni 12 mesi deve convincere del suo operato l’assemblea composta da soli investitori istituzionali.
Dottor Colao, dal suo osservatorio privilegiato, come giudica l’attuale fase che sta interessando l’Europa?
«Stiamo attraversando un momento importantissimo, non possiamo parlare di non tenere insieme l’Europa. Non vedo possibilità di un buon futuro per le prossime generazioni se non condividendo un sistema sociale, politico e di mercato formato da 300-400 milioni di persone. Piuttosto dobbiamo chiederci che cosa si può fare per integrarci di più. I paesi del Sud Europa devono accettare un maggior allineamento agli standard di rigore del Nord, questi devono concedere più solidarietà ai paesi più in difficoltà. L’alternativa è la frammentazione e un minor benessere poiché le opportunità si formano dove c’è massa critica e spinta demografica».
Quali sono i contraccolpi della crisi europea su un’azienda come Vodafone?
«Il nostro spread è 85 punti base, molto contenuto grazie alla forte diversificazione dell’azienda: i nostri asset sono per circa il 40% negli Usa, 40% in Europa e 20% nei paesi emergenti, senza dipendere troppo da nessun paese. Possiamo gestire l’azienda senza interferenze e i risultati si vedono: il rendimento a quattro anni è del 29% superiore alla media di settore».
Che cosa ha fatto alla fine del 2008 quando il titolo Vodafone era sceso ai minimi? Non ha avuto paura che la cacciassero?
«Ho preso il timone 45 giorni prima del crac Lehman ma anche in quei giorni così difficili il cda non ha mai spinto per ridurre gli investimenti. Nel 2009 abbiamo ragionato e poi deciso di vendere le quote nelle società dove eravamo in minoranza, ma senza buttarle sul mercato. Così siamo usciti, per esempio dalla Cina o dalla Francia, al miglior prezzo e senza rompere le relazioni con i partner locali, con cui abbiamo mantenuto accordi di cooperazione molto forti».
Nell’americana Verizon Wireless, però, siete restati nonostante siate in minoranza e non partecipiate alla gestione. Perché?
«Anche questa si è rivelata una scelta azzeccata. In Verizon Wireless abbiamo la più grande minoranza al mondo: il 45% di una società che vale tra i 150 e i 200 miliardi di dollari. Verizon è un’ottima azienda, di grandissima capacità operativa, leader di qualità nel mercato americano. Nel 2011 abbiamo ottenuto 4,5 miliardi di dollari di dividendi».
Le aziende telefoniche mondiali come Vodafone si sentono minacciate dai cosiddetti “over the top”, cioè Apple, Google, Facebook, Amazon?
«Il mio approccio nei confronti degli over the top è sempre stato costruttivo ma nella consapevolezza che ci vogliono regole precise per evitare che si formino nuovi oligopoli. A ognuno deve essere garantita la possibilità di mantenere il rapporto con il cliente finale. Per fare un esempio, trovo improprio che Google ci contesti una joint venture in Gran Bretagna “aperta” per effettuare pagamenti telefonici mobili, quando loro hanno il 90% di quota di mercato nelle “search”».
E’ per questo motivo che vi incontrate spesso tra top manager di aziende telefoniche?
«La risposta è semplice, come abbiamo anche spiegato alla Ue: se io faccio un servizio e mi devo connettere con un altro operatore, dobbiamo accordarci sui parametri di base in maniera trasparente. In questi incontri è sempre presente un avvocato della concorrenza e vengono inviate lettere ufficiali ai due Commissari europei competenti. Questi temi richiedono un dibattito che avviene nell’ambito della Gsm Association. Gli operatori telefonici devono riprendere il futuro nelle loro mani e non lasciare che gli standard tecnologici siano decisi nel Far East o in California. La concorrenza deve essere distribuita su tutta la catena del valore, per competere su tutti i servizi».
Sul tema dell’apertura delle reti che approccio pensate si possa applicare in Italia, in Germania, in Francia e Spagna?
«In Italia sulla rete mobile siamo arrivati a un buon livello di condivisione di siti con Tim. Per quanto riguarda la rete fissa se non ci sono i ritorni economici per costruirne una nuova in fibra ottica è necessario mettersi insieme. Abbiamo la volontà di coinvestire in Italia, Spagna e Germania ma teniamo ferma la determinazione che il gestore dominante non possa mantenere la sua posizione di privilegio anche nella fibra, come ha più volte detto la Commissione europea. Sulla banda larga ci vuole concorrenza».
Il piano Telecom di investimenti prevede di portare al 2018 la fibra in 200 città e al 50% della popolazione.
Questo non è sufficiente per Vodafone e gli altri operatori?
«No, se si cercano di usare vecchie tecnologie ammodernate senza aprire veramente alla concorrenza. Vodafone, ma credo tutti gli operatori internazionali, non accetterà mai una soluzione tecnica che implichi il monopolio commerciale. Questa è l’unica cosa che in nessun paese europeo lasceremo passare. Se invece si trovasse una soluzione comune saremo molto contenti di essere parte di una visione condivisa. Se fossi nei panni di un operatore dominante, non difenderei fino allo stremo posizioni anticoncorrenziali. Prenderei in seria considerazione l’ipotesi di sviluppare una nuova rete NGN aperta a tutti».
In quali altri paesi vi sono casi di questo tipo?
«British Telecom con Open Reach ha aperto la rete ed è un buon esempio, così come è successo con modalità diverse in Australia e Nuova Zelanda. In Francia hanno trovato la soluzione condivisa, con compiti e zone fuori dall’area di Parigi. In Spagna ci potrebbero pensare mentre in Germania la situazione è più simile all’Italia».
Ci sarà una parte del mondo in cui avete avuto problemi?
«In Australia abbiamo avviato una joint venture con 3 integrando la rete, a scapito della qualità. In Spagna c’è un problema di rallentamento dei consumi che sta comportando per noi una discesa del fatturato del 10%. In India abbiamo un problema fiscale non causato da noi ma da Hutchison. Quando divenni Ceo, Vodafone fu criticata perché pensavano che non sarebbe stata in grado di gestire i mercati emergenti. Quattro anni dopo mi trovo con la Turchia che cresce del 30% guadagnando 10 punti di quota di mercato in 4 anni. L’India è diventata il numero due con il 22% di quota di mercato, in Ghana cresciamo del 30% e in Sud Africa, acquisizione da me completata, abbiamo mantenuto la leadership».

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