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Vivendi, su Premium è rottura con Mediaset

Non più il 100% di Mediaset Premium, ma il 20%. Non più (soltanto) il 3,5% di Mediaset — peraltro bilanciato dalla stessa quota riservata al Biscione nel capitale sociale di Vivendi — ma il 15%. Ottenuto non comprando azioni sul mercato, ma tramite un’obbligazione convertibile di circa 500 milioni di euro. Emessa da Fininvest, l’azionista di controllo di Mediaset (con una quota del 34,73%), che così potrebbe diluirsi sotto la soglia della “minoranza di blocco”, che consente di controllare l’azienda in consiglio di amministrazione pur non avendo oltre il 50% delle azioni.

È il contenuto della proposta, alternativa, recapitata lunedì pomeriggio ai vertici del Biscione dai francesi di Vivendi, la media company presieduta dal finanziere bretone Vincent Bolloré. Una sorta di ri-discussione dei contenuti dell’accordo firmato ad aprile scorso che valorizzava la pay tv Premium (compresa la cassa) circa 750 milioni di euro. La motivazione sta tutta, per dirla con le parole dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud De Puyfontaine, in «una differente valutazione delle performance» della pay-tv di Mediaset. Ieri il top manager francese ha incontrato la stampa a Milano prima di partecipare al consiglio di amministrazione di Telecom Italia, in rappresentanza di Vivendi, primo socio poco sotto la soglia di Opa dell’ex monopolista telefonico. Inevitabili le domande dei cronisti su una richiesta rifiutata con sdegno dal gruppo di Cologno Monzese. I vertici del Biscione sono stati colti di sorpresa da questa nuova strategia decisa a Parigi. La proposta verrà ufficialmente respinta nel consiglio di amministrazione di domani, che era stato già convocato per la diffusione dei dati del primo semestre 2016 del Biscione. Fonti Mediaset evidenziano la necessità, se Vivendi non dovesse invertire la marcia, di aprire un contenzioso. Con una richiesta danni che a Cologno Monzese quantificano in una forchetta tra 1,5 e 1,8 miliardi di euro, comprensivo del valore dell’operazione ai prezzi di Borsa di aprile (900 milioni) a cui aggiungere l’eventuale richiesta di risarcimento.

Qualche segnale che i rapporti si stessero incrinando era in realtà pervenuto. In una lettera, datata 21 giugno, Vivendi aveva scritto a Mediaset motivando il ritardo nella comunicazione all’Antitrust europeo dell’operazione sul mercato della pay-tv. Fonti Mediaset sostengono che non c’erano contestazioni sulle performance di Premium (che sembrano però al di sotto delle attese), tanto meno veniva richiesto di cambiare i connotati dei contratti che potevano essere recessi entro la metà di maggio se fossero venute meno tre condizioni: il numero di abbonati (due milioni circa), le frequenze televisive per la trasmissione delle partite, l’assegnazione dei diritti tv per la Champions League nel triennio 2015-2017. Tre condizioni ottemperate da Mediaset. Ecco perché la proposta, sostengono da Cologno Monzese, viene definita ostile, perché il vero obiettivo sarebbe «il controllo del gruppo».

De Puyfontaine ha invece provato a gettare acqua sul fuoco: «Sono sicuro che troveremo una buona soluzione nell’ interesse di entrambe le parti». Un commento che fa il paio con una nota che Vivendi ha diffuso ieri pomeriggio su richiesta della Consob francese. Sullo sfondo la possibile fusione tra Mediaset e Telecom Italia. De Puyfontaine dice che «non ha alcuna preclusione». Si vedrà.

Fabio Savelli

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