Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Vivendi: no alla fusione con Telecom

Vivendi risponde al Comitato dei gestori, spiegando e ribadendo la propria posizione su Telecom con una lettera formale dalla quale trapela un po’ di irritazione. «Siamo sorpresi nel constatare che, in relazione a una così importante società quale Telecom Italia e il suo futuro, il dibattito e le preoccupazioni siano principalmente focalizzati sull’esigenza di conservare una proporzionalità tra gruppi di consiglieri di amministrazione rispetto agli azionisti che li hanno originariamente designati, invece di discutere nel merito delle proposte, delle esperienze dei candidati e del loro auspicato contributo ai lavori del consiglio in vista della creazione di valore a lungo termine nell’interesse di tutti gli stakeholder», scrive il ceo Arnaud de Puyfontaine, ricordando – come recitanole norme del codice civile – che, «in via di principio, tutti gli amministratori una volta nominati, devono sempre agire nell’esclusivo interesse della società e dei suoi stakeholder».
Ciò premesso, De Puyfontaine ricorda che Vivendi ha investito più di tre miliardi per acquisire la partecipazione in Telecom «con una prospettiva e un approccio di lungo termine, condividendo l’attuae piano strategico e gli obiettivi di Telecom Italia, incluso lo sviluppo delle connessioni ad alta velocità e delle nuove tecnologie in un mercato molto competitivo». E dunque, «è sembrato naturale cogliere l’opportunità della prossima assemblea per sottoporre ai soci la proposta di nomina di nuovi amministratori rappresentativi dell’attuale composizione del capitale sociale, di comprovata esperienza e in grado di apportare un contributo alle prospettive future che una società come Telecom Italia merita».
Alle domande dirette del Comitato dei gestori presieduto da Marco Vicinanza, poi, le risposte sono state le seguenti. È condivisa la valutazione del cda Telecom, sull’adeguatezza dell’attuale composizione, in particolare sul numero di consiglieri compreso tra 11 e 13? Vivendi ricorda che l’integrazione a 17 è solo temporanea, fino cioè alla scadenza del mandato dell’attuale cda e che «con riguardo alla composizione del consiglio a partire dal 2017, Vivendi condivide che dovrebbe essere adeguato ad assicurare un’efficiente governance». La richiesta intende segnalare una mancanza di fiducia nell’operato dell’attuale consiglio o dei suoi componenti esecutivi? No, risponde la società presieduta da Vincent Bolloré, ma Vivendi ritiene che con l’innesto dei suoi candidati, “di comprovata esperienza”, «il consiglio ne uscirebbe arricchito». L’intenzione è quella di esercitare un’influenza significativa su Telecom, anche in vista di una possibile integrazione con Vivendi? No su tutta la linea, è ancora la risposta. E il fatto che tre dei candidati ricoprano posizioni apicali nel gruppo «conferma soltanto la massima attenzione data da Vivendi al futuro di Telecom Italia». E a proposito del “consigliere già in carica” ,con riferimento a Tarak Ben Ammar, sottolinea che «non ricopre alcuna posizione gestoria o esecutiva all’interno del gruppo Vivendi, essendo solo un componente indipendente del consiglio di sorveglianza che è un organo privo di poteri gestori». Inoltre Ben Ammar non è stato nominato in Telecom da Vivendi: in effetti siede in consiglio fin dal 2008.
Inoltre Vivendi dissente dall’opinione secondo cui l’innesto nel board dei suoi candidati porterebbe a «una sovrarappresentanza in relazione al suo investimento». Neppure condivide la preoccupazione espressa con riferimento alla richiesta di esenzione dall’obbligo di non concorrenza, «volta semplicemente ad assicurare a tutti gli amministratori la medesima posizione sotto tale profilo».
In definitiva ognuno resta sulle sue posizioni e un compromesso dell’ultimo minuto prima dell’assemblea non sembra possibile. Destinata a cadere nel vuoto anche la proposta avanzata da Bluebell, società di consulenza londinese fondata da due ex banker italiani, Giuseppe Bivona e Marco Taricco, che nei giorni scorsi hanno scritto al consiglio Telecom, raccogliendo anche le opinioni dei loro clienti-investitori (quote e nomi non sono stati resi pubblici). In sostanza, la società londinese ritiene che si sia creata una situazione di conflittualità dannosa tra gli investitori istituzionali e il principale azionista, che non si sarebbe manifestata se qualcuno del consiglio avesse fatto un passo indietro per consentire al nuovo socio transalpino di essere rappresentato nel board. Così però non è stato e oggi non pare ci sia la volontà di cambiare posizione. D’altra parte nemmeno Telco che aveva indicato la maggioranza dei consiglieri un anno e mezzo fa ha titolo per intervenire: la holding non esiste più e i soci Telco (Telefonica, Generali, Mediobanca e Intesa) hanno liquidato le azioni Telecom. Nel clima surriscaldato qualcuno comincia a temere che l’approvazione della conversione delle risparmio, attesa da anni dal mercato, non sia più così scontata. Se Vivendi si astenesse, per esempio, il suo voto sarebbe registrato come contrario ,col rischio concreto che il 20,1% che possiede sia sufficiente a costituire una minoranza di blocco per una delibera che richiede la maggioranza qualificata dei due terzi.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

La pandemia, come tutte le rivoluzioni, ha accelerato il cambiamento anche nel mondo del lusso. Ha ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il varo del decreto Sostegni bis ripristina gli aiuti fiscali miliardari per le banche che si fonde...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il team Draghi-Cartabia scandisce le mosse sulla giustizia per portare a casa la riforma del proces...

Oggi sulla stampa