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«Da Vivendi nessuna nuova proposta Ma pronti a valutarla se crea valore»

Visto come sono andate finora le cose, «un po’ di scetticismo c’è, eccome». Ma le porte di Mediaset a Vivendi non sono ancora del tutto chiuse. A patto che eventuali proposte, «che finora non ci sono state», corrispondano a un disegno industriale per Mediaset. Anche se l’accordo firmato (e poi stracciato) dal gruppo di Bolloré «era il migliore possibile». Una cosa è certa: Mediaset non si vende. L’azionista Fininvest (la holding controllata da Silvio Berlusconi e i suoi cinque figli) lo ha già detto e su questa posizione la famiglia «è totalmente compatta».

Piersilvio Berlusconi, amministratore delegato di Mediaset, è andato a Londra a spiegare agli analisti il piano 2017-2020 di Mediaset e per la prima volta parla dell’operazione ostile sferrata al suo gruppo da Vivendi, che si è portata vicino al 30% di Mediaset dopo aver disatteso l’accordo per l’acquisto della pay tv Premium della società televisiva italiana. Una scalata giudicata «fortemente negativa» anche dal governo italiano «per le modalità opache», tanto che l’esecutivo «sta valutando l’opportunità di introdurre una regolamentazione che incrementi gli obblighi di trasparenza a carico degli acquirenti», come ha detto ieri la ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro.

«Avevamo un accordo vincolante firmato, un accordo che era stato negoziato per mesi — ha ricordato Piersilvio Berlusconi—. Molto bilanciato e produttivo per tutte e due le parti perché vedeva quelle che, secondo noi, sono le uniche vere strategie industriali possibili tra un broadcaster spagnolo e italiano come Mediaset e un’azienda come Vivendi che ha diverse partecipazioni». Ora Mediaset farà senza. «Il piano prevede di sviluppare il nostro core business, cioè la tv gratuita, e in particolare l’estensione dei contenuti su tutte le piattaforme digitali. Con quello che ha creato negli ultimi anni, Mediaset ha una forza abbastanza unica: siamo leader nella tv, siamo leader su internet e lo siamo diventati anche nella radio. I numeri sono positivi e gran parte li avremmo fatti comunque al di là di Vivendi, erano già nei nostri piani».

C’è spazio ancora per un rapporto con il socio francese? «Come Mediaset siamo aperti a qualunque proposta possa creare valore e avere un senso industriale — risponde —. Ma nessuna proposta ci è arrivata, noi non sappiamo altro rispetto a quello che leggiamo sui giornali». E, ancora: «L’accordo era il miglior incrocio possibile, non ne vediamo facilmente altri. Nel mio incontro, avvenuto per cortesia, con Arnaud de Puyfontaine (ceo di Vivendi, ndr ) c’è stato un vago accenno a un accordo societario con Tim in Italia, però…» Scambiereste azioni Mediaset con azioni Telecom? «No. Ha un senso, ma dal punto di vista delle telco. Per chi fa contenuti e televisione molto meno. A noi con Vivendi interessava avere contenuti di valore per spingere la penetrazione della banda larga». Cosa farete se Bolloré chiederà un’assemblea e posti in cda? «L’assemblea va convocata quando la chiede qualunque socio con più del 5%, poi quello che accade dipende dai voti. Lo ripeto: per noi è bene accetta qualunque cosa vada nel senso di creare valore per Mediaset. Il problema è se stiamo parlando di cose che vanno in quel senso o dell’interesse di un solo azionista. Questo non è mai accaduto in Mediaset e mai avverrà».

Maria Silvia Sacchi

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