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Vita dura per chi affitta in nero

Italiani, attenti ad affittare la vostra seconda (o terza) casa a Parigi con Airbnb o altre piattaforme informatiche. Il consiglio comunale ha appena approvato, il 28 aprile scorso, una delibera che impone alle agenzie web di comunicare alle varie Mairie degli arrondissement parigini tutti i dati degli appartamenti in portafoglio.

E già martedì 10 maggio l’assessore alla casa, il socialista Ian Brossat (quello stesso che aveva presentato la delibera con queste illuminanti, o preoccupanti dal punto di vista dei proprietari, parole: «C’est la fin du Far West pour les hébergeurs», è finita la pacchia), ha fatto pubblicare sul portale www.opendata.paris.fr un primo elenco delle «proprietà» che si sono messe in regola con le nuove norme.
Si tratta, al momento, di un centinaio di appartamenti (per la precisione, 107), una percentuale minima dell’offerta di una città come Parigi che, con i suoi 12,4 milioni di visitatori l’anno, è considerata la capitale mondiale del business dell’Airbnb. Ma è, comunque, il segnale che davvero il Far West degli affitti è finito o sta finendo. L’ha ben capito la grande oppositrice della Hidalgo in consiglio comunale, la repubblicana Nathalie Kosciusko-Morizet, che su Twitter ha accusato il sindaco di aver creato un nuovo partito, il partito della delazione e le suggerisce, con ironia, di lanciare un nuovo logo, un corvo nero che svolazza per i palazzi haussmaniani di Parigi.

La risposta della Hidalgo non si è fatta attendere: «Non chiediamo ai parigini di denunciare i propri vicini che affittano illegalmente le proprie case, non è nello stile e nella storia della città, ma solo di collaborare con l’amministrazione comunale a censire il patrimonio immobiliare destinato al turismo».

A Berlino, invece, la Municipalità (come ha scritto il corrispondente di ItaliaOggi, Roberto Giardina) non si è fatta tanti scrupoli e ha invitato apertamente alla delazione del vicino di casa. Ma in Germania, si sa, sono hegeliani e il rispetto della legge viene prima di tutto. In effetti, lo stimolo all’evasione è forte perché le nuove regole (a Parigi e ancor più a Berlino) sono davvero la fine dell’era del «libero affitto in libero Stato».

Come prima regola gli «intermediari informatici», chiamiamoli così, hanno l’obbligo di comunicare al Comune (che poi girerà tutte le informazioni al Fisco, ovviamente) il numero delle camere affittate, a che prezzo, per quale periodo e, infine, il nome del proprietario. Se non lo faranno scatteranno multe pesanti (fino a 25 mila euro). Poi si fa una distinzione tra prime e seconde case e tra periodi di locazione inferiori o superiori a quattro mesi l’anno. Non è banale. Le prime case (cioè una o più stanze nella propria abitazione principale) possono essere affittate per periodi inferiori a quattro mesi senza nessuna autorizzazione, cioè senza nessuna licenza alberghiera (unico obbligo, pagare online la tassa di soggiorno al Comune).

Per le seconde e le terze case cambia tutto: regole più dure, controlli più severi (il Comune ha annunciato la creazione di un ufficio con 25 ispettori che batteranno palmo a palmo i quartieri). Per queste «residenze secondarie» l’affitto per più di quattro mesi l’anno è possibile solo presentando domanda di autorizzazione al Comune, pagando la tassa di soggiorno, e compensando la superficie commerciale, vale a dire le stanze destinate agli ospiti, con una superficie analoga destinata all’abitazione del proprietario. Anche questa regola non è banale: la compensazione serve a determinare, sulla base di parametri immobiliari precisi (la superficie destinata all’affitto), il reddito prodotto da queste chambres d’hôtes ed evitare, quindi, l’evasione.

«Forse così è troppo», prende le distanze il sindaco di Bordeaux, il repubblicano Alain Juppé (probabilmente candidato alle prossime presidenziali), che, da bravo amministratore locale, si sta impegnando a ridurre l’area di evasione generata dal «fenomeno Airbnb», che rappresenterebbe, secondo certe stime, un mancato gettito del 70% rispetto ai flussi incoming considerando il numero delle camere disponibili sui vari siti web e il conteggio dei giorni di locazione.

Una perdita inaccettabile, come spiega con determinazione la stessa Hidalgo: «J’ai pour priorité de permettre aux Parisiens de se loger dans des conditions acceptables, mais aussi de soutenir l’économie locale, en particulier le secteur hôtelier», che si può tradurre così: va bene affittare una stanza e arrotondare, ma il sistema Airbnb non può diventare un pericolo per la vera industria di Parigi, l’industria alberghiera.

Che non tiri una bell’aria per i vari Airbnb (e per i proprietari) lo si capisce anche dalle dichiarazioni di Vincent Wermus, presidente dell’Unplv (Union nationale pour la promotion de la location de vacances), l’organizzazione di categoria degli affittuari e degli intermediari: «Nous ne pouvons pas avoir le rôle de gendarme», non possiamo fare i gendarmi, i controllori fiscali dei nostri clienti. E per farsi capire Wermus fa l’esempio dei siti che vendono automobili: non controllano mica se le auto in vendita sono in regola con il bollo e l’assicurazione. È il segnale che sugli affitti Airbnb si giocherà duro nei prossimi mesi.

Giuseppe Corsentino

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