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Visco:“Sì alla bad bank salvare gli istituti ma senza bruciare i soldi dei cittadini”

«Il tema di una bad bank si pone da tempo: togliere dai bilanci delle banche i crediti incagliati per liberare risorse da destinare alle imprese e alle famiglie. L’importante è che lo Stato, e quindi i cittadini, non ci rimettano: sarebbe molto difficile da giustificare».
Sul cosa non ha dubbi. Semmai, le perplessità di Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze con i governo Prodi e D’Alema e ordinario alla Sapienza di Roma, riguardano il come. Lui stesso, in un articolo di quattro anni fa su Il Sole-2-4Ore, propose un progetto analogo per rilanciare il rapporto tra credito ed economia reale.
Professor Visco, anche il ministro Padoan sembra convinto a ricorrere a una bad bank. Ma è proprio inevitabile?
«L’idea di salvare la banche è sacrosanta. E’ quanto differenzia la crisi nata nel 2008 con la grande crisi del ’29: allora le banche furono fatte fallire e si è visto cosa accadde. Anche sette anni fa si stava ripetendo lo stesso errore, ma ci si è fermati dopo il caso Lehman. Le banche sono state salvate in tutto l’occidente, dagli Stati Uniti all’Irlanda, ma è stato inevitabile perché erano a rischio insolvenza, erano piene di titoli tossici ed erano tutte legate tra di loro e rischiavano di provocare un effetto a catena».
Non sarà facile spiegare ai cittadini che lo Stato mette a disposizione risorse per le banche mentre gli istituti non concedono più mutui ai giovani per mettere su casa, non crede?
«Immagino che le polemiche saranno durissime. Altrove, lo Stato ci ha messo i soldi per il salvataggio ma ha nazionalizzato gli istituti. Li ha gestiti e poi li ha rivenduti guadagnandoci. In questo caso i soldi dei contribuenti sono stati ben usati Ma perché l’Italia ci arriva solo ora?
«Perché le nostre banche erano solide, gestite con vecchi criteri, con una vigilanza severa, erano vicine alla piccola e media impresa e non erano esposte con titoli tossici. I problemi sono arrivati dopo con il prolungarsi di una crisi che non è mai durata così tanto. Come scrissi quattro anni fa, occorre trovare il modo di liberare i bilanci dagli incagli affinché le banche possano tornare a fare il loro mestiere».
Ma non ci sono state anche resistenze nel mondo bancario all’intervento dello Stato?
«E’ cosi. Ma è una questione ideologica e politica. Guardiano al caso Mps: quando sono arrivati i Monti bond hanno fatto di tutto per restituirli in breve tempo, anche a costo di presentare bilanci poi bacchettati dalla Bce pur di non correre il rischio dell’ingresso dello Stato nel capitale».
Tra i progetti allo studio del governo, quale potrebbe essere il più indicato per la creazione della bad bank e allo stesso tempo evitare polemiche?
«Quello che non si deve assolutamente fare è farlo gratis. Non bisogna intervenire per fare un favore ai soci delle banche e ai manager. La questione è delicata perché i cittadini sono sensibili e occorre che ci sia equilibrio tra quello che lo Stato ci mette e quello che riceve in cambio. Eviterei scelte come quelle della Ue con la Grecia che prima ha messo al sicuro le banche tedesche o francesi che erano pieni di titoli di Atene e solo dopo ha concesso aiuti finanziari al paese in difficoltà».
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