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Visco vede la ripresa “Pil anche sopra il 4% ma dovremo cambiare”

L’Italia ce la può fare ma bisogna saper gestire il post-Covid. È il messaggio che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha inviato ieri nel corso delle sue Considerazioni Finali, ancora una volta sostanzialmente da remoto. Un incoraggiamento e una attestazione di fiducia verso l’ex governatore Mario Draghi oggi alla guida del governo e per l’ex direttore generale di Bankitalia Daniele Franco, ora ministro del Tesoro ma anche un monito alla classe politica a non dimenticare che l’uscita dall’emergenza sarà dura.Il Paese, ha detto Visco, ha messo in luce dopo il periodo più terribile della pandemia una «capacità di ripresa ». L’attività produttiva «si sta rafforzando» e quest’anno c’è la conferma che potremo «superare il 4 per cento» di crescita del Pil per il 2021 (una cifra che ieri ha trovato il consenso dell’Ocse che parla addirittura del 4,5%). Stavolta inoltre nella valutazione di Bankitalia c’è un ulteriore aspetto di fiducia: le imprese, secondo i sondaggi di Via Nazionale, contrariamente a quanto accadde nella fase di uscita delle passate recessioni, sono pronte ad investire già dalla seconda parte dell’anno.Ma se questo è l’aspetto positivo, l’altro elemento – forse il più importante – è quello assai complesso dell’uscita dalla crisi. Visco ha gettato lo sguardo avanti: certamente lo stimolo all’economia deve essere ancora mantenuto, ma ricordiamoci che «non è possibile un futuro costruito sulla base di sussidi e incentivi pubblici», che lo Stato, titolare di un ruolo cruciale durante l’epidemia, deve sostanzialmente tornare ad essere «complementare» con il mercato, che l’intervento pubblico sulle aziende deve diventare «più selettivo », evitando aiuti alle imprese «prive di prospettive».Insomma, ammonisce il numero uno di via Nazionale, prepariamoci ad un mondo diverso. Sia perché mancheranno alcune misure come il blocco dei licenziamenti, le garanzie statali sui prestiti e le moratorie su debiti, ma anche perché il post- Covid è un’incognita con «nuovi equilibri di vita sociale e di sviluppo ». Dunque il monito: «Bisogna essere preparati ai cambiamenti». E la citazione di Alessandro Manzoni che lo accompagna: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non vedere la cosa che non piace, ma non per veder quella che si desidera ».Invece se vogliamo vedere la “cosa che desideriamo”, bisogna procedere a colpi di Europa e di riforme. Qui le due cose coincidono perché le riforme le chiede l’Europa («Sede della tranquillità e della ragione», dice Visco citando Filangieri”). Ngeu e Pnrr, cioè il programma europeo Next generation e il Recovery Plan, «non sono due sigle dal vago significato », ma «è essenziale spendere bene le risorse straordinarie che il programma ci offre». E le riforme vanno fatte secondo un «calendario serrato ».Certo, la ripresa e buoni propositi non cancellano i gravi problemi strutturali dell’economia italiana. Visco dà due cifre che riguardano soprattutto donne e giovani: la partecipazione al mercato del lavoro di queste due categorie è di 13-14 punti sotto la media europea. Nel nostro Paese ci sono oltre tre milioni di ragazzi, circa un quarto del totale, tra i 15 e i 34 anni che non sono occupati, né studiano né sono impegnati in formazione. Una perdita potenziale enorme per il futuro. Restano le altre vecchie questioni: debito, tassi, inflazione. Nel post-pandemia stanno sullo sfondo ma non vuol dire che pesino di meno. «In Italia – ha aggiunto – oltre 3 milioni di giovani tra i 15 e 34 anni non sono occupati, né impegnati nel percorso di istruzione. Se ne deve tener conto nel ridefinire le priorità per lo sviluppo economico e sociale e nel dirigere l’impegno verso la costruzione di un’economia basata sulla conoscenza».Un pericolo sui mercati comunque si aggira: il ritmo diseguale di vaccini e pandemia potrebbe provocare, dice Visco, «divergenze» tra le economie e «bruschi movimenti di capitali». L’inflazione in prospettiva resta «debole». Quanto ai tassi, «aumenti ampi e persistenti non sono giustificati e andranno contrastati». Infine il debito: è al 160%, un livello raggiunto in Italia solo dopo la prima guerra mondiale, una «intrinseca fragilità».

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