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Visco: “La ripresa è avviata e il Jobs act dà i primi frutti ma le riforme non si fermino”

L’Italia riparte, ma non ancora l’occupazione, specie al Sud. Dal suo osservatorio il governatore della Banca d’Italia certifica che la ripresa, avviata nel primo trimestre, «dovrebbe consolidarsi in quello in corso e nei prossimi». Consiglia al governo di accelerare e ampliare «lo sforzo di riforma» e di «non deludere le attese di cambiamento » a livello internazionale: «Si fa meglio ascoltare chi dimostra di far bene a casa propria e di onorare gli impegni». Nelle sue Considerazioni finali, le quarte, chiede maggior coraggio nell’innovazione. Denuncia i ritardi della scuola italiana. Suggerisce di investire in cultura, urbanistica e difesa del territorio per creare nuovi posti di lavoro. Vuole la bad bank, per gestire le sofferenze del sistema bancario. Teme gli effetti del caos greco, che alimenta «tensioni gravi, potenzialmente destabilizzanti»: «É interesse di tutti» governare questa crisi.

Davanti al Gotha dell’economia, Ignazio Visco loda «gli sforzi » del governo Renzi. Il Jobs act, per esempio, pur essendo «prematura» una valutazione compiuta dei suoi effetti, ha ridotto «il disincentivo alle assunzioni a tempo indeterminato »: «un buon segnale». E’ appropriata la politica di bilancio fin qui seguita che «ha cercato un equilibrio tra rigore e sostegno all’economia». Perfino il tanto discusso bonus da 80 euro, «sarebbe stato consumato per circa il 90%». Ma attenzione: il debito pubblico resta un Moloch, dall’inizio della crisi la sua incidenza sul Pil è salita di oltre 30 punti, al 132%. Occorre perciò «allargare lo spettro delle riforme e accelerarne l’attuazione ». Anche perché esiste il rischio, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, «che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella stessa misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli». «La crisi non si supera se non si affronta il problema dell’occupazione », commenta a caldo la leader della Cgil, Susanna Camusso. E Anna Maria Furlan, numero uno della Cisl: «Serve un grande patto sociale per il lavoro».
Ripresa senza lavoro, o jobless recovery , ecco il pericolo. Visco è preoccupato per il dualismo del sistema produttivo nazionale: «I risultati delle imprese più efficienti, che hanno aumentato le vendite sui mercati esteri, investito e realizzato innovazioni, contrastano con quelli di una parte considerevole del sistema produttivo, caratterizzata da una scarsa propensione a innovare e da strutture organizzative e gestionali più tradizionali». Non solo: da noi le imprese «nascono mediamente più piccole e faticano anche ad espandersi. C’è un «ritardo » nell’innovazione, particolarmente ampio rispetto alla Germania e accentuato proprio nei settori industriali a più alto contenuto tecnologico. Perciò, vanno rimossi «gli ostacoli all’attività delle imprese e alla loro crescita». Tra questi: la complessità del quadro normativo, la scarsa efficienza delle amministrazioni pubbliche, la troppa burocrazia, i ritardi della giustizia, le carenze del sistema dell’istruzione e della formazione. Una situazione per giunta «aggravata dai fenomeni di corruzione e in più aree dall’operare della criminalità organizzata». Risponde il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi: «Le imprese sono pronte a fare la loro parte. Però ci vuole il mercato, deve ripartire il mercato».
Pur se ancora «fragile» e mi- nata dalle vicende greche, la ripresa comunque c’è: lo confermano i dati macro di tutti gli osservatori internazionali e pure i sondaggi d’opinione che conduce periodicamente la stessa Banca d’Italia. Grazie anche alla riforma delle pensioni, i conti tengono. Grazie anche al bonus del governo, lo scorso anno la contrazione del potere d’acquisto delle famiglie si è interrotta e per la prima volta dal 2010 si è rivista una lieve crescita dei consumi. Nei primi mesi di quest’anno è diminuita pure la quota di quelli che segnalano di arrivare alla fine del mese con difficoltà. Ma guai a interrompere le riforme. Visco non si stanca di ricordare a tutti governo e parti sociali- che non si può contare solo sulla politica monetaria o sul bazooka di Draghi.
Da banchiere centrale, il governatore dedica molte pagine alle banche. Dice che il credito migliora, ma l’eredità della recessione pesa ancora sui bilanci degli istituti gravati da ben 350 miliardi di prestiti deteriorati. La creazione di una bad bank potrebbe aiutare a governare la situazione e liberare risorse utili per lo sviluppo. i augura che la discussione con la Ue su questo strumento sia rapida e costruttiva.
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