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Visco: il mercato? Non si autoregolamenta

«La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti». E’ in questa citazione del filosofo Soren Kierkegaard che sta il senso più profondo della riflessione che ieri il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha sciorinato davanti al folto pubblico dell’ultima giornata del Festival dell’Economia. Visco aveva accettato l’invito del direttore scientifico Tito Boeri a tenere una conferenza dall’impegnativo titolo «Imparare dagli errori», in sostanza un invito a raccontare cosa abbiamo capito ex post della crisi, quali errori non dobbiamo ripetere e come possiamo cambiar passo. Il giudizio del governatore — a detta di molti mai visto così rilassato — è stato perentorio: l’errore principale che abbiamo commesso è stato pensare che il mercato si potesse autoregolare. Se c’è una causa prima della recessione la si può rintracciare nell’eccesso di deregulation finanziaria. «E’ nato come risposta ai fallimenti dello Stato degli Anni 70 con l’idea che i mercati avrebbero fatto meglio e questa reazione ne ha sicuramente sviluppato la forza e ha prodotto molta innovazione finanziaria». In linea teorica la finanza dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo positivo per la prosperità, nei fatti così non è stato e l’innovazione in questo campo ci ha portato solo «comportamenti da veduta corta». Negli Usa hanno creduto che ci sarebbe stato un aumento continuo dei redditi, che le famiglie potessero comprare a casa all’infinito e invece si sono ritrovati con un eccesso di debito privato e «da questo errore ne è discesa tutta la filiera della crisi». 
La crisi finanziaria globale non è stata una sconfitta dei soli sistemi ma anche della scienza economica. Come mai gli economisti non sono stati in grado di prevedere una crisi di simili proporzioni, originata da squilibri e vulnerabilità tanto evidenti? «La verità — ha risposto Visco — è che non tutte le decisioni di policy sono misurabili quantitativamente e spesso servono decisioni soggettive». E invece se andiamo a rileggere cosa dicevano nel 2003 guru di Chicago come Robert Lucas («la macroeconomia ha avuto successo e rende impossibili le crisi») o del Mit come Olivier Blanchard nel 2008 («la macroeconomia è in buono stato») abbiamo la dimostrazione palmare degli errori perpetrati e di come vi sia bisogno di un profondo ripensamento. «Uno schema formale è indispensabile per progredire nella comprensione del funzionamento di un’economia ma dobbiamo ricordarci che tutte le previsioni sono condizionali e che non possediamo sfere di cristallo». E comunque dobbiamo rinunciare a un po’ di efficienza per un po’ di stabilità in più.
Per far fruttare le lezioni del passato non c’è altro da fare che impegnarsi a costruire il futuro che secondo alcuni si presenta come un lungo ristagno. «Io non lo credo pure se per gli effetti della tecnologia sull’occupazione penso che si debba guardare alle questioni distributive non solo dal lato dell’equità ma anche della domanda aggregata». E purtroppo l’Italia non ha il capitale umano richiesto dalla tecnologia di oggi: le statistiche dell’Ocse sono impietose. «Il paradosso è che abbiamo uno scarso stock di capitale umano e si è persa la percezione di quanto valga laurearsi per le scarse differenze di retribuzione tra diplomati e laureati. E’ strano perché quando un bene scarseggia il suo prezzo dovrebbe salire e invece da noi no. La colpa è di un’asimmetria informativa, le imprese non riescono a misurare la qualità e pagano poco i laureati e i singoli di fronte alla prospettiva di stipendi magri non investono sulla loro qualificazione». Morale: di errori gravi ne stiamo commettendo anche adesso.
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