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Visco avverte: bisogna investire di più

Gli effetti ritardati della crisi potrebbero lasciare sull’economia europea ed italiana delle «cicatrici permanenti» sull’occupazione e il potenziale di crescita. E fanno balenare, per il futuro, il rischio di «una stagnazione secolare». Uno scenario caratterizzato da una continua discesa degli investimenti, un accumulo di risparmio, una politica monetaria incapace di usare i suoi strumenti con i tassi di interesse ormai vicini allo zero. 
A rievocare la «stagnazione secolare», un’ipotesi elaborata negli anni 30 dall’economista Alvin Hansen e ripresa qualche settimana fa da Larry Summers, già segretario al Tesoro nella presidenza Clinton, è stato ieri il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, sollecitando una presa di coscienza sull’impatto a lungo termine della recessione. L’economia europea e italiana è entrata in un «territorio incognito», ha detto il Governatore, e «alcuni dei tradizionali strumenti della politica, stanno diventando progressivamente inefficaci».
Questo è il motivo, ha detto Visco, intervenuto ieri al Forum Strategico Iea-Isi, per cui le banche centrali hanno messo a punto meccanismi innovativi per rispondere alla crisi e, «con i tassi virtualmente già al limite inferiore, stanno ragionando sempre di più su strumenti di politica monetaria non convenzionali». Flessibilità e prontezza d’azione, però, servono anche da parte dei governi.
Le riforme strutturali e la ripresa degli investimenti sono «azioni politiche non più eludibili» ha detto il Governatore. Ma non possono essere svincolate da una riflessione sulle prospettive della nostra economia che consideri l’impatto delle tecnologie e l’adattamento della forza lavoro. Perché è proprio qui, sul fronte dell’occupazione, ha detto Visco, che la crisi a lungo andare ha prodotto i danni maggiori.
L’effetto è stato «un drammatico incremento della disoccupazione. Se negli Usa e in Gran Bretagna il tasso dei senza lavoro è tornato intorno al 6%, nella zona euro la disoccupazione è appena sotto al suo picco massimo, l’11,5% di luglio. In Italia è raddoppiata dal 6 al 12 % tra il 2007 e oggi. E la disoccupazione giovanile è esplosa, dal 20 a oltre il 40%». Inoltre, ha aggiunto Visco, «c’è una tendenza affermata nei Paesi più avanzati alla flessione del tasso di occupazione. Tra il 2007 e il 2013 è scesa negli Usa dal 72 al 67% della forza lavoro, in Italia dal 59 al 56%».
Per giunta c’è un problema «critico», secondo Visco, che rende più difficile trovare una risposta politica valida al problema, capire cioè «quanta parte dell’attuale disoccupazione sia strutturale e quanto dovuta al ciclo negativo». Nel secondo caso potrebbe bastare un sostegno alla domanda, ma affrontare la disoccupazione strutturale è ben più difficile perché comporta lo spostamento del lavoro da un settore all’altro (se non da un posto geografico all’altro) con evidenti problemi di formazione e adattamento.
La disoccupazione elevata, o sotto-occupazione, come la chiama Visco, rischia di restare un problema anche in futuro. Bart van Ark, capo economista del Conference Board americano, un altro che ritiene molto verosimile uno scenario da «stagnazione secolare», dice per esempio che in Italia, se la crescita non accelera, potrebbero volerci più di cinque anni per recuperare un tasso di disoccupazione «normale». La via d’uscita, dice il Governatore Visco, sono le riforme, ed in Italia le più importanti sono quelle che garantiscono l’efficienza della pubblica amministrazione, e la ripresa degli investimenti. Nelle nuove tecnologie, le infrastrutture, ma anche nella scuola e nella formazione.

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