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Il virus affonda il Pil, si torna al 1997 ma l’industria ritrova un po’ di fiducia

L’anno del Covid si porta via, oltre ai tanti morti, 150 miliardi di Pil. Ma oggi si può dire che qualche piccolo segnale di ripresa in febbraio già si manifesta: lo slancio dei manager delle imprese manifatturiere italiane, segnalato dall’indice Markit- Pmi, un lieve riscaldamento dell’inflazione, il clima di fiducia dei consumatori.
Il bilancio dell’Istat di un anno da dimenticare segnala una contrazione del Pil dell’8,9%. Il reddito dell’Azienda Italia che eravamo abituati a valutare ormai intorno ai 1.800 miliardi, torna sotto quota 1.600miliardi, ai valori del 1997, quasi un quarto di secolo fa. Nel 2020 infatti abbiamo prodotto solo 1.572 miliardi.
Ora gli occhi sono tutti puntati sulla sfida del 2021 con un recupero del Pil che il vecchio governo aveva fissato nella Nota di aggiornamento al Def al +5,1 per cento e che tuttavia per la Commissione europea e l’Fmi sta solo al 3-3,5 per cento. La prima scommessa è naturalmente quella della riuscita della campagna vaccinale e della conseguente riapertura dell’economia. Anche se Draghi, nel suo discorso in Parlamento, ha già avvertito che uscire dalla pandemia «non sarà come riaccendere la luce». Dunque le misure delle prossime settimane, dal decreto di rilancio da 32 miliardi alla riscrittura del Recovery Plan, saranno decisive.
Qualche segnale, come accennato, già si manifesta: l’indice Markit-Pmi (Purchasing managers’ index) delle industrie manifatturiere è aumentato in febbraio al livello maggiore degli ultimi 37 mesi, posizionandosi a 56,7 punti in linea con l’eurozona; nello stesso mese si è registrato un miglioramento del clima di fiducia di imprese e consumatori. Si rivede anche l’inflazione che proprio ieri l’Istat ha dato per febbraio in crescita annuale dello 0,6%, dopo lo 0,4 di gennaio. Secondo Oxford Economics un pacchetto di riforme strutturali nell’ambito del Recovery Plan allargherebbe la crescita dell’Italia nei prossimi vent’anni dall’attuale prospettiva di 0,7 all’1,3%.
Tornando ai dati forniti dall’Istat, fanno anche il primo bilancio dell’andamento del deficit e del debito nell’anno terribile. L’anno si è chiuso con rapporto deficit-Pil del 9,5 per cento: va segnalato che rispetto alle ultime stime del governo comunicate il 20 gennaio alla Commissione europea, pari al 10,8 per cento, c’è stato un miglioramento che l’ex ministro Roberto Gualtieri aveva già attribuito ad una risposta delle entrate migliore del previsto nonostante crisi, blocchi di riscossioni, accertamenti e rinvii. Lo stesso per il debito: certamente l’incremento rispetto al 2019 è stato ingente, pari a 20,9 punti e ai massimi storici. Tuttavia anche in questo caso le previsioni del vecchio governo, pari al 157 per cento del Pil, sono state migliorate, con l’Istat che segnala a fine anno un debito-Pil a quota 155,6 per cento.
Naturalmente il Covid ha lasciato segni profondi nell’economia italiana con la necessità assoluta, nonostante la sospensione del Patto di stabilità europeo prevista anche per il 2022, di rilanciare la crescita e di utilizzare al meglio la finestra ancora aperta dei bassi tassi d’interesse.
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