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Vincolo Iva sulle lavorazioni intraUe

Chi spedisce un bene in un altro Stato Ue per una lavorazione o perché formi oggetto di perizia, deve farlo rientrare nel Paese membro di partenza, altrimenti deve aprire una partita Iva nel Paese in cui è stata eseguita la prestazione. L’obbligo vige non solo se al termine della lavorazione il bene resta nel Paese in cui è stato inviato, ma anche se è spedito da qui a un altro Stato comunitario o fuori dalla Ue. Lo ha deciso la Corte di giustizia Ue (sentenza del 6 marzo scorso, cause C-606/12 e C-607/12), chiarendo i limiti del regime sospensivo derogatorio rispetto alla regola generale, secondo la quale il trasferimento dei beni in altro Stato membro per esigenze dell’impresa è assimilato a una cessione intracomunitaria, con conseguente obbligo d’identificazione Iva in tale Stato per realizzarvi lo speculare acquisto intracomunitario assimilato. La sospensione derogatoria è applicabile solo se il bene, dopo l’esecuzione dei lavori, è rispedito al committente nello Stato membro dal quale è stato inizialmente spedito/trasportato.
I giudici europei evidenziano così il contrasto fra disposizione comunitaria (articolo 17, paragrafo 2, lettera f, della direttiva 2006/112) e norma interna. L’articolo 38, comma 5, lettera a), del Dl 331/1993 prevede infatti che, per i beni introdotti in Italia da altro Stato Ue a scopo di lavorazione (perizie, manipolazioni usuali o perfezionamento), il relativo trasferimento possa avvenire in regime sospensivo e pertanto senza obbligo per il committente comunitario d’identificarsi agli effetti Iva nel nostro Paese, a patto che il bene esca dal territorio italiano al termine della lavorazione: non rilevando, quindi, se rientra nello Stato di provenienza, essendo possibile destinarlo ad altro Stato Ue o extra Ue. Secondo i giudici, pertanto la norma andrà adeguata alle statuizioni della sentenza.
Gli operatori esteri che adottano comportamenti già in linea con l’interpretazione ufficiale potranno continuare a servirsi dei rappresentanti fiscali o delle posizioni Iva assunte in Italia, contando auspicabilmente in un pronto recepimento della pronuncia da parte delle Entrate. Chi invece aveva confidato nella divergente impostazione della norma nazionale dovrà rivedere le procedure e attrezzarsi, identificandosi direttamente o tramite rappresentante fiscale.
Analogo aggiustamento normativo dovrebbe riguardare la disposizione sull’invio di beni dall’Italia a un altro Paese Ue per gli stessi scopi. L’articolo 41, comma 3, del Dl 331/1993 stabilisce che tali trasferimenti non rappresentano cessioni intracomunitarie assimilate. Non è prevista alcuna condizione di legge sulla successiva destinazione dei beni oggetto delle lavorazioni, con ciò potendosi ritenere (erroneamente) che l’operatore residente non sia tenuto ad alcun adempimento, tranne l’obbligo di monitorare il relativo spostamento con annotazioni sul registro dell’articolo 50 del Dl 331/1993.
Anche in questo caso, però, poiché la disposizione comunitaria di riferimento è la medesima, si deve intendere che il committente nazionale il quale invia beni in altro Stato comunitario a scopo di lavorazione sia tenuto a farli rientrare in Italia, a meno di identificarsi ai fini Iva nell’altro Paese (proprio questo è quanto potevano già legittimamente pretendere le amministrazioni fiscali estere di Stati con regole conformi alla norma comunitaria).
Il regime sospensivo non opera se i beni restano nello Stato Ue di lavorazione (perché ceduti o detenuti per esigenze dell’impresa), ma neppure se sono spediti o trasportati a un altro Paese comunitario o fuori dall’Ue (per effetto della loro vendita o ad altro titolo). In tutti questi casi, il soggetto nazionale dovrà assumere una posizione Iva nello Stato della lavorazione per realizzare, dapprima, l’acquisto intracomunitario assimilato e per adempiere poi, secondo le regole interne dei singoli Paesi, gli obblighi Iva conseguenti alle operazioni effettuate.

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