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Vincoli all’intermittente

L’avvio di un contratto intermittente dopo la conclusione di un contratto a termine potrebbe essere considerato in frode alla legge, con conseguente nullità dello stesso e trasformazione del rapporto in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
È possibile avviare il lavoro accessorio nei limiti di 2.000 euro netti, anche se in azienda sono presenti lavoratori che svolgono la medesima prestazione con un contratto di lavoro subordinato.
E ancora, il limite di tre associati in partecipazione non si applica laddove l’associato è un soggetto imprenditore.
Questi sono i principali chiarimenti contenuti nel vademecum diffuso ieri dal ministero del Lavoro che rappresenta la sintesi del confronto tra la Direzione generale per l’attività ispettiva del ministero e i tecnici del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro avvenuto lo scorso 7 e 8 febbraio 2013. I punti di condivisione sono confluiti nella lettera circolare del 22 aprile 2013 protocollo 7258 in cui si evidenziano molti punti tecnici su cui l’attività ispettiva e i consulenti del lavoro hanno condiviso una posizione unanime.
Sul contratto a termine “acausale” è stato ribadito che può essere stipulato nelle ipotesi in cui non siano intercorsi tra il medesimo datore di lavoro e lavoratore precedenti rapporti di lavoro di natura subordinata (ad esempio un precedente contratto a tempo determinato o indeterminato ovvero intermittente). Mentre, è assolutamente possibile nel caso di pregressi rapporti di lavoro di natura autonoma. Se il lavoratore a termine supera i periodi cuscinetto di 30 e 50 giorni scatta immediatamente una valutazione di prestazione “in nero”, rispetto alla quale trovano applicazione gli elementi di non punibilità di carattere generale descritti nella circolare 38/2010. Inoltre, sempre sul tema, l’obbligo del rispetto degli intervalli vale per ogni tipologia di contratto a termine, compresa l’ipotesi di sostituzione per maternità.
In tema di apprendistato, le violazioni che riguardano il ruolo del tutor danno luogo solo a sanzioni di natura amministrativa e non si produce un effetto automatico sulla natura del rapporto di apprendistato.
Mentre, con riferimento al lavoro a progetto, la circolare chiarisce in modo inequivocabile che il progetto può rientrare nell’ambito del ciclo produttivo dell’impresa e nell’ambito del l’attività principale del l’azienda, ma non può limitarsi a sintetiche e generiche formulazioni standardizzate che identificano la ragione sociale descritta nella visura camerale del committente.
Il compenso, inoltre, conserva il legame con il raggiungimento del risultato finale, anche se l’elemento temporale rileva ai fini della valutazione di congruità dell’importo attribuito al collaboratore sulla base del contratto collettivo di riferimento. La circolare chiarisce anche che l’elencazione delle attività precluse al lavoro a progetto contenuta nella circolare 29/2012 ha il solo obiettivo di orientare e uniformare l’attività di vigilanza, non volendo dunque rappresentare alcun indice presuntivo di carattere generale in ordine ai criteri distintivi tra attività autonoma e subordinata. È bene, dunque, in questi casi procedere con una certificazione del contratto che aiuta a dimostrare la genuinità del contratto a progetto.

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