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Chi vince e chi perde con i salvataggi bancari

Proprio ora che lo Stato italiano si appresta a entrare nel capitale del Montepaschi e – più avanti – delle banche venete, suona di buon auspicio vedere che la Gran Bretagna esce da Lloyds Group dopo averla salvata nel 2009 con una plusvalenza. Lo Stato ha insomma nazionalizzato una banca durante la grave crisi del 2008-2009, mettendo le mani nelle tasche dei contribuenti, ma alla fine non ha perso nulla. Anzi ha guadagnato. E non è l’unico caso. Incrociando i dati su tutti i maggiori salvataggi pubblici di banche in crisi nel mondo, si scopre che il bilancio è in molti casi positivo. In altri ancora negativo. Ma, in generale, tutti gli Stati salvatori hanno recuperato una buona fetta dei soldi spesi. E hanno fatto ripartire l’economia. La speranza è che questo sia di buon auspicio per l’Italia, che – da ultima – si appresta a breve a fare quello che gli altri hanno fatto anni fa.
Chi vince chi perde
Il caso più clamoroso è quello degli Stati Uniti. Per salvare 700 banche durante la grande crisi seguita al crack di Lehman Brothers, il Governo Usa spese ben 250 miliardi di dollari pubblici tra il 2008 e il 2009. Tra le proteste dei contribuenti. Ma, col senno del poi, i cittadini americani non avrebbero dovuto protestare: ad oggi – secondo i calcoli di Bcg – Washington ha recuperato 30 miliardi di dollari in più di quanti ne aveva spesi. Insomma: ha realizzato un utile. Una volta si diceva «privatizzare gli utili, socializzare le perdite»: questa volta, oltreoceano, è accaduto l’atto opposto.
In Europa, secondo uno studio recente della Banca di Spagna, nella stessa situazione si trova la Danimarca: ha infatti incassato più di quanto speso per salvare le banche. Paesi come Olanda, Belgio, Irlanda e Germania sono invece ancora in negativo. Ma in tutti questi Paesi una buona parte di quei fondo sono già tornati indietro: l’Irlanda – calcola la Banca di Spagna – ha quasi dimezzato l’impegno finanziario dello Stato nelle banche, mentre la Germania ha recuperato circa il 40% dell’importo iniziale. Idem per la Gran Bretagna: secondo l’ultimo rapporto presentato il 25 aprile scorso alla House of Commons, dei 137 miliardi spesi dallo Stato per salvare le banche, 113 sono già stati recuperati. E aggiungendo i soldi incassati ieri, il conto si sta avvicinando al pareggio. Solo Spagna e Slovenia hanno per ora recuperato poco ma – commenta la stessa Banca di Spagna – per fare un bilancio definitivo bisognerà aspettare la fine dei programmi di aiuto.
Benefici generali
I motivi per cui alcuni Stati hanno già recuperato tutto o molto dai salvataggi bancari e altri sono tutt’ora in perdita, sono tre: la data dell’intervento, il tipo di intervento e la profondità della ristrutturazione. Gli Stati Uniti non solo sono intervenuti subito, ma in molti casi sono anche entrati nel capitale delle banche: questo ha permesso a Washington di registrare un utile al momento del disinvestimento. Come accaduto ieri alla Gran Bretagna con l’uscita dal capitale di Lloyds Group. Chi invece ha scelto la strada della Bad Bank pubblica, come nel caso di Spagna e Irlanda, difficilmente riuscirà a recuperare tutti i soldi spesi. «Nei casi di successo lo Stato non solo ha salvato le banche, ma poi è intervenuto per ristrutturarle – osserva Gennaro Casale di Bcg -. Questo ha significato taglio dei costi, dismissioni di business non strategici, pulizia di bilancio. Per sperare di recuperare i soldi pubblici spesi, insomma, serve una vera pulizia delle banche salvate».
Ma anche i Governi che ancora non hanno recuperato tutti i soldi spesi negli anni bui della crisi, hanno comunque registrato un beneficio in termini di ripresa economica: anche eliminando il problema bancario, Paesi come la Spagna o l’Irlanda hanno infatti conosciuto anni di forte ripresa. I numeri parlano da soli. Il Pil spagnolo, da quando è stata creata la Bad Bank nell’agosto del 2012, è cresciuto del 6,9%. Quello irlandese, dalla creazione della Bad Bank nel 2009, ha recuperato il 54,6%. La Gran Bretagna dai tempi dei salvataggi bancari è cresciuta del 16% circa. Gli Stati Uniti del 17%. Soldi spesi bene, insomma. E l’Italia? Dall’inizio della sua crisi bancaria (fine 2011) ha un Pil in calo complessivamente dell’1,3%. Chissà: forse perché non ha mai, se non in maniera simbolica con i Tremonti e i Monti-bond, salvato le banche.

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