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Vigilanza bancaria: Enria nella corsa a tre

Andrea Enria, presidente dell’Eba (Associazione bancaria europea) e stimato economista, è considerato un falco in Italia e nell’Eurozona, in molti ambienti che contano, e una colomba in Germania e nei Paesi europei core più intransigenti sulle cose europee come l’Olanda e l’Austria. E questa sua percepita ambivalenza è un handicap ma allo stesso tempo un punto di forza nella corsa alla poltrona di presidente del potente Ssm, il meccanismo di vigilanza unico europeo. Enria è uno dei tre finalisti candidati all’ambita poltrona che si libera a dicembre con la fine del mandato della francese Danièle Nouy: le sue quotazioni sono alte tanto quanto quelle degli altri due partecipanti alla corsa, Sharon Donnery , vice governatore della Banca d’Irlanda (con una marcia in più perché donna in un momento di rilancio delle quote rosa europee) e il francese Robert Ophèle, attualmente presidente della Consob francese.
I tre finalisti della short list che è stata approvata lo scorso mercoledì dal Consiglio direttivo della Bce e recapitata al Parlamento europeo, hanno tutti un’indiscutibile professionalità e un’impeccabile reputazione internazionale, ma la loro candidatura è intrecciata a doppio filo con altre corse sulle nomine europee e altre poltrone, dal Board della Bce alla presidenza di Commissione europea e Consiglio europeo. E questo li indebolisce e li rafforza tutti e tre allo stesso tempo. Stando a fonti bene informate, tuttavia, Enria potrebbe essere il candidato con la sponsorship del proprio Paese più debole, perché il Governo italiano sarebbe in altre faccende affaccendato e le istituzioni domestiche finanziarie sarebbero tiepide nei suoi confronti. Un handicap, questo, dovuto alla sua fama di “falco”, che lo indebolisce molto rispetto all’irlandese e al francese, che possono contare su un sostegno molto forte in casa ma che lo rafforza come candidato italiano che potrebbe essere sostenuto da altri Paesi europei perché considerato il più capace e adeguato per sbrogliare la matasse degli NPLs e dei BTP, l’elevata esposizione verso il rischio sovrano e l’alto stock di sofferenze delle banche italiane,
Sharon Donnery è inoltre meno forte di quanto possa sembrare perché se dovesse sedersi alla guida dell’Ssm automaticamente indebolirebbe fino a distruggere la candidatura del governatore della Banca centrale irlandese Philip Lane in pole position per diventare capo economista della Bce quando uscirà Praet. C’è chi vorrebbe Lane addirittura presidente della Bce, ma il suo fallimento sul progetto dei safe assets potrebbe essere una macchia indelebile. Infine, se l’attuale capo della Consob francese Ophèle prendesse il posto della Nouy sarebbe impossibile per i francesi Benoit Coeurè (attualmente nel Board Bce) e il governatore della Banque de France Villeroy puntare sulla poltrona di presidente della Bce e alla successione di Mario Draghi.
Una Bce guidata da un francese spianerebbe la strada a un tedesco alla presidenza della Commissione europea, forse per la stessa Angela Merkel che sta cercando una via d’uscita decorosa dalla Cancelleria. La Francia potrebbe però rinunciare alla presidenza della Bce, per mettere i bastoni tra le ruote alla Merkel sulla Commissione, consentendo alla Germania di sponsorizzare un candidato “moderatamente falco” e quindi non il rigidissimo presidente della Bundesbank Jens Weidmann bensì un governatore di una banca centrale minore. Ma anche qui, l’ambivalenza colpirà altri potenziali candidati: l’ex-governatore della Banca centrale finlandese Enkki Liikanen sarebbe più colomba e meno falco di quanto possa sembrare data la sua provenienza da un Paese core come la Finlandia. Anche l’Italia spera di piazzare un suo candidato nel Board della Bce, dopo l’uscita di Draghi: e questo indebolisce la candidatura di Enria.

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