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Vietti: «Per le società conciliazione a scelta»

di Giovanni Negri

È stato un po' il padre del lancio della conciliazione. Perché nella riforma del diritto societario, in vigore dal 2004, proprio sulla conciliazione si puntava forte per risolvere in tempi rapidi le controversie in una materia tanto delicata ed economicamente sensibile. Adesso però il suo approccio alla mediazione obbligatoria, a una settimana dall'entrata in vigore, è cautamente perplesso. Michele Vietti, vicepresidente del Csm, a margine di un convegno milanese organizzato dall'associazione dei giusprivatisti, si sofferma sulla novità che da mesi vede su fronti contrapposti le rappresentanze dell'avvocatura e il ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

Per Vietti «con la conciliazione obbligatoria non si può che fare la prova del budino: meglio assaggiarlo per poi verificarne la bontà. Certo può essere che il cuoco con alcuni ingredienti ci sia andato un po' pesante, ma ci sarà tempo per verificarlo. In ogni caso, quanto al confronto con la conciliazione operativa nell'ambito del diritto commerciale, non posso che sottolineare come gli organismi iscritti da anni ormai al registro del ministero sono stati considerati idonei ad allargare le proprie competenze alla mediazione obbligatoria, ma che, a differenza della disciplina in atto da pochi giorni, la procedura di conciliazione societaria era assolutamente volontaria. Nessuna obbligatorietà».

E ieri Maurizio de Tilla, presidente dell'Oua, ha duramente polemizzato con il ministro Alfano: «Sarebbe logico un cambio di nome al ministero di Giustizia – ha spiegato – per rendere più coerenti e comprensibili alcune scelte fatte dal ministro Alfano sulla giustizia civile, ma anche per poter bene inquadrare il serrato dialogo del Guardasigilli con alcuni settori economici e professionali del nostro Paese (imprese e commercialisti) a confronto dell'assenza di confronto con chi opera quotidianamente nei tribunali: avvocati, magistrati, giudici onorari».

Per de Tilla, poi, «il ministro tace su un fatto preoccupante: su 630 organismi di conciliazione ben 415 fanno capo a sedi di società di capitali. Da tale dato emerge chiaramente un progetto di "svendita" della giustizia alle società private, favorendo l'insorgere di non pochi dubbi su possibili speculazioni, conflitti di interesse, dipendenze, condizionamenti e affari privati».

Vietti ha però allargato la riflessione all'intero panorama della giustizia civile, ricordando che l'orologio di quest'ultima deve essere sintonizzato con quello dell'economia. «Anche perché, altrimenti, a essere penalizzate dai costi e dalla durata dei procedimenti saranno soprattutto le imprese medio-piccole. Se una procedura per il recupero di un credito in Italia dura in media 1.210 giorni e in Europa 462, la crisi è evidente, ed è una crisi di sistema, che non si può imputare solo a magistrati e avvocati».

Anche la politica, cioè, ha le sue responsabilità, perché, nella lettura di Vietti, ancora troppo impegnata nella discussione su riforme più o meno epocali, mentre se ne trascurano altre su cui il consenso degli operatori è ampio già oggi, come, per esempio, la ridefinizione delle circoscrizioni «senza per forza arrivare al taglio dei piccoli tribunali, ma distribuendo senz'altro meglio le risorse. Non ci si può occupare solo dello statuto dei magistrati o di quello degli avvocati, che non mi sembra peraltro stia facendo passi avanti: servono anche interventi sulle regole procedurali. Per esempio, dove è finita l'annunciata semplificazione dei riti?»

 

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