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Vicino un compromesso sull’unione bancaria

Le prossime elezioni in Grecia, e l’eventualità di un’uscita del Paese dalla zona euro, con le ripercussioni che potrebbe avere anche per l’Italia, hanno dato un nuovo scossone all’establishment europeo. La ricerca di un compromesso è ormai un tentativo dichiarato. Le discussioni si sono concentrate su due filoni: l’unione bancaria e una qualche forma di unione di bilancio. Il problema è la tempistica: i mercati finanziari aspetteranno i tempi della politica europea?
A tre giorni dal voto greco «del coraggio e dell’angoscia», come lo definiva ieri il quotidiano Handeslsblatt, l’ipotesi di una unione bancaria sembra oggi quella privilegiata da molti Governi. Secondo i dettami della Banca centrale europea, questo obiettivo si dovrebbe basare su tre pilastri: una vigilanza bancaria unica; una garanzia in solido dei depositi; una gestione comune delle crisi creditizie. Il tentativo è di spezzare il circolo vizioso tra bilanci bancari e bilanci sovrani.
Ieri parlando al Bundestag a Berlino, il cancelliere Angela Merkel ha appoggiato l’idea di dare alla Bce «un ruolo maggiore» nella vigilanza bancaria. Poche ore prima il presidente francese François Hollande aveva fatto la stessa proposta. Germania e Francia sembrano pronte quindi a cedere sovranità in questo ambito, se è vero che oggi la vigilanza è solo coordinata a livello europeo, rimanendo nei fatti su base nazionale. La partita però è ancora tutta da giocare.
C’è prima di tutto il problema della gestione delle crisi bancarie. La Commissione europea ha presentato un progetto di direttiva che prevede la nascita di fondi nazionali finanziati dagli istituti di credito che sarebbero obbligati a prestarsi denaro a vicenda, se una crisi bancaria lo richiedesse. Le banche tedesche rumoreggiano, temono di dover pagare per gli errori di altri, anche se la presenza di una vigilanza comune a livello europeo potrebbe tranquillizzarle.
La nascita di una unione bancaria ha anche una valenza di politica economica, e quindi incrocia il problema dell’unione di bilancio. Offrire una garanzia in solido dei depositi bancari è ritenuto da alcuni Paesi rischioso senza un ulteriore controllo dal centro delle politiche economiche nazionali. In questo senso, i tedeschi sono pronti a un rafforzamento del ruolo della Commissione. Non è chiaro quanto lo siano i francesi, sempre gelosi della loro sovranità nazionale.
Sulla strada di una unione di bilancio, attraverso gli eurobond o un fondo di riscatto dei debiti pubblici, gli ostacoli non mancano. Per parte francese il nodo è la cessione di sovranità nazionale, richiesta come condizione dalla Germania. Per parte tedesca, la prima ipotesi imporrebbe un cambiamento della Costituzione, e quindi un referendum. In sostanza, per essere accettabili dall’establishment tedesco, gli eurobond richiederebbero anche un bilancio unico, gestito dal centro.
Ieri il capogruppo dell’Fdp, Rainer Brüderle, ha definito le obbligazioni europee Vermögensvernichtungswaffen, «armi di distruzione della proprietà». L’idea. invece, di un fondo di riscatto dei debiti, fatta propria dall’Spd e dai Verdi, è politicamente e giuridicamente più semplice perché prevede una mutualizzazione parziale e temporanea dei debiti sopra al 60% del Pil. «Vedo movimento su questo fronte all’interno dell’esecutivo», ha ammesso Lars Feld, uno dei cinque saggi del Governo federale.
La Cdu ne discute anche con l’opposizione, di cui la signora Merkel ha bisogno per approvare il fiscal compact e il trattato dell’Esm con i due terzi del Parlamento. Per accettare il fondo di riscatto Berlino richiederebbe probabilmente piani vincolanti di riduzione dei debiti. Neppure a livello tedesco un accordo su questo aspetto sembra vicino. Certo, le pressioni di Spd e Verdi potrebbero essere a un certo punto per il cancelliere un’utile sponda per convincere i tedeschi a compiere un passo controverso.
A Berlino, l’urgenza della situazione è sentita. Meno che a Parigi o a Roma? È probabile, ma il problema è più complesso. La Merkel ha paura di agire impulsivamente, di essere tirata per la giacca, di fare il passo più lungo della gamba. Più volte ha spiegato che a suo modo di vedere l’integrazione è la via di uscita dalla crisi; e richiede quindi una cessione di sovranità a garanzia dell’impegno tedesco. Finora i suoi vicini hanno risposto in modo ambiguo, contribuendo nei fatti alla cautela della Germania.

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