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«Vicini a quota un miliardo di ricavi Nell’alimentare il made in Italy vince»

Al 60esimo piano, nel cuore di downtown Manhattan, vista sulla statua della Libertà, questa volta non è New York a giocare il ruolo di protagonista. Al centro dell’attenzione c’è invece un piccolo borgo del centro Italia, dove le Marche baciano la Romagna. Parliamo di Carpegna. Patria di un prosciutto dop che fino al 2016 era destinato a pochi palati fini, visto che se ne producevano ormai soltanto 90 mila pezzi l’anno.

Nella primavera di quell’anno lo stabilimento venne rilevato dalla brianzola Fratelli Beretta. Si narra che uno degli amministratori delegati, Alberto, visitò il sito produttivo e al momento non si entusiasmò più di tanto. Poi assaggiò il prosciutto. E da lì nacque tutto. La decisione di investire. E la promessa: «Nel giro di due anni raddoppieremo la produzione e porteremo questo bendidio in America».

Impegno rispettato. Ieri la presentazione ufficiale al mercato americano del prosciutto di Carpegna dop. Che da oggi può essere venduto negli Usa. In questi due anni la Fratelli Beretta ha lavorato per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie allo sbarco negli Usa. Con i dazi tornati di moda, operazione non semplicissima. Ma tant’è: adesso è fatta.

A New York per celebrare l’evento c’è il vertice del gruppo al gran completo. Più che un consiglio di amministrazione sembra una riunione di famiglia. Il presidente è Vittore Beretta. Gli amministratori sono quattro. Uno è Lorenzo, figlio di Vittore. Poi ci sono Alberto, Giorgio e Mario Beretta, i tre figli di Giuseppe, il fratello di Vittore mancato ormai vent’anni fa.

D’altra parte la famiglia è abituata ai passaggi di testimone. L’azienda è nata addirittura nel 1812, a Barzanò, in provincia di Lecco. Prima del congresso di Vienna, prima dei moti carbonari. Prima dell’Italia. Ormai siamo alla settima generazione. Non è stato facile. Fino agli anni 70 i salumifici dalle grandi ambizioni nel nostro Paese erano qualche migliaio. Pochi sono riusciti a fare il salto nella produzione industriale. Un numero ancora minore ha retto alla globalizzazione. Basti ricordare le vicende di grandi marchi come Vismara (oggi del gruppo Ferrarini) e Negroni (oggi del gruppo Aia). Ma le sfide non sono finite. Anzi, adesso viene la più difficile: rispondere a un mercato che chiede prodotti sempre più sani e light.

Partiamo dal prosciutto di Carpegna. Come ci siete riusciti?

«Beh, questo non è il nostro unico prodotto dop. Nel nostro settore abbiamo il maggior numero di dop e igp: siamo a quota 19. Prosciutto di Parma e San Daniele. Ma anche bresaola e salame».

Quanti prosciutti di Carpegna producete oggi?

«Dal 2016 abbiamo raddoppiato la produzione e siamo arrivati a quota 150», risponde Alberto Beretta.

Primi segnali dagli Usa?

«Ottimi. Abbiamo fatto arrivare qui i primi cento prosciutti. Li abbiamo già venduti tutti».

Quanto costa il prosciutto di Carpegna negli Usa?

«Beh, è un’eccellenza, prodotta in pochi pezzi. Inevitabile che il costo sia superiore sia a quello del San Daniele che a quello del Parma».

Il vostro gruppo veleggia verso il miliardo di dollari di fatturato. Un risultato che non si raggiunge solo con i prodotti dop e igp.

«Ovvio. Gli Stati Uniti sono un mercato da cui non si può prescindere: parliamo di oltre 300 milioni di consumatori. Il primo stabilimento lo abbiamo aperto nel ‘97 nel New Jersey: salami, coppe, pancette, mortadelle, bresaole. Poi è toccato a Fresno, California».

Nel 2015 di nuovo al New Jersey con il sito produttivo di Mount Olive.

«Sì. Abbiamo cercato un luogo con un microclima il più possibile simile al nostro. È stata una scelta felice. Tanto che l’altroieri abbiamo celebrato il gemellaggio tra Carpegna e Mount Olive».

Con quali marchi siete presenti negli Usa?

«Con il marchio Busseto soprattutto in California, con Beretta più sulla parte est degli States. Ora siamo sbarcati negli Usa anche con Viva la mamma, la nostra linea di piatti pronti freschi».

Tendenze? Nuove sfide?

«Le tendenze si colgono prima sulla costa ovest degli Usa. E ci dicono che il futuro sta negli snack pronti. Pasti veloci e gustosi da fare ovunque, senza bisogno di apparecchiare e interrompere quello che si sta facendo».

Quanta parte del fatturato è fatta all’estero?

«Circa il 43% del fatturato viene dalla vendita all’estero dei salumi — risponde questa volta Vittore Beretta, finora rimasto in disparte, chiamato in causa direttamente dal nipote —. Un altro straordinario mercato per noi è la Cina».

Come ci siete arrivati?

«Con una joint venture con il colosso cinese Yurun tra il 2005 e il 2007. Nel 2012 abbiamo inaugurato una fabbrica a Ma’anshan, a 300 chilometri di Shanghai».

Come si concilia la produzione di salumi e insaccati con una domanda di mercato sempre più salutista?

«Si concilia eccome! Non a caso abbiamo rafforzato l’integrazione verticale della filiera con il controllo di un numero sempre maggiore di allevamenti».

Allevamenti certificati?

«Certo. Con gli allevamenti al 100% antibiotic free produciamo la linea Puro Beretta. Garantiamo allevamenti in regime di “benessere animale”. I nostri suini sono alimentati in modo sano, per rendere la carne il più magra possibile. Noi facciamo la nostra parte. Il resto tocca al buonsenso di chi si mette a tavola».

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