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Vicenza e Veneto Banca a un passo dal bail in Appello al governo

Brutte notizie sulle due ex popolari venete: da ieri il riassetto con fusione pagato dalla mano pubblica, messo a punto per oltre due mesi con l’Antitrust europeo e la Bce, torna in alto mare. E la possibilità di una loro risoluzione coatta, per l’impossibilità di trovare oltre un miliardo di nuovi capitali privati chiesti formalmente da Bruxelles ieri dopo 67 giorni di negoziato sugli aiuti di Stato – si rimaterializza. Se ne parlerà oggi al Tesoro, in un confronto tra il ministro Pier Carlo Padoan e i vertici dei due istituti, che assume i crismi dell’urgenza e suona come una chiamata in correo per governo e istituzioni di vigilanza.
Nella riunione tecnica di Bruxelles ieri gli alti funzionari garanti per la concorrenza Ue avrebbero confermato – in modi asciutti – agli emissari del Tesoro e delle due banche (l’ad di Vicenza Fabrizio Viola, quello di Montebelluna Cristiano Carrus) che non ci saranno eccezioni alla prassi, prevista dalla direttiva Brrd, per cui il denaro pubblico di prossima erogazione non deve perdite «pregresse o prevedibili» degli istituti. Un concetto piuttosto interpretabile, almeno per la quota futura: anche perché la lentezza dell’iter di salvataggio pubblico – Vicenza e Veneto banca hanno fallito il collocamento in Borsa 12 mesi fa – ha come logici effetti la fuga di depositi per miliardi e l’erosione della loro capacità patrimoniale e di far reddito.
Prima dell’incontro, il regista del salvataggio Viola aveva risposto «non lo so» ai giornalisti che chiedevano se fosse ottimista sul dossier; e ai pochi con cui il banchiere romano s’è confidato in serata, l’incertezza è parsa sfumare in netto pessimismo. Anche perché l’improvviso cambio di orientamento dei funzionari comunitari, anticipato dalla
Reuters settimana scorsa, avrebbe già visto Viola & C tornare a sondare i possibili investitori privati nei due istituti. L’elenco è breve e forzato: Intesa Sanpaolo e Unicredit (le sole due banche italiane in grado di assorbire bocconi simili senza contraccolpi), poi i due fondi consortili – Atlante e lo schema volontario di tutela dei depositi – già attivi su vari dossier dal 2015, con dispiego di una dozzina di miliardi al solo fine di evitare shock al sistema. Ma dietro le quinte nessuno è parso disposto a investire un miliardo per coprire perdite altrui, per giunta a poche settimana dalla prevista successiva ricapitalizzazione statale di almeno 5 miliardi, che diluirà quasi a zero ogni socio su Vicenza e Veneto. Solo il banchiere più grande è uscito allo scoperto: «Su queste aziende i privati hanno già perso molti soldi e da dicembre c’è una disponibilità di fondi pubblici per risolvere un problema sistemico – ha detto Carlo Messina, ad Intesa Sanpaolo che è leader di mercato in Italia e primo contributore del Fondo tutela depositi -. È inaccettabile e assolutamente non condivisibile che si parta dal presupposto, che qualcuno chiede, che si è perso ma bisogna perdere un altro po’ per consentire l’intervento pubblico». Per Messina ora «è necessario accelerare e farsi rispettare nel contesto delle sedi competenti. Se c’è un problema di stabilità bisogna agire presto, non possiamo aspettare mesi e mesi in un loop burocratico tra soggetti che si palleggiano».
E intanto (mentre le autorità “palleggiano”, il tempo passa, qualche consigliere dei due istituti pensa alle dimissioni per protesta) nelle trincee venete si torna a esplorare ogni opzione residua per evitare la chiusura di una o di entrambe le banche del territorio. Un’ipotesi sarebbe far pagare il vecchio conto delle perdite anche alle obbligazioni senior, in essere per circa 13 miliardi di euro dalle due banche. Lo schema di lavoro già prevede lo stralcio di tutti i bond subordinati più rischiosi (ce n’è per 1,2 miliardi, ma 200 milioni sono in tasca al largo pubblico e di probabile rimborso). Basterebbe limare di un 10% tutti i senior per racimolare la somma richiesta dall’Ue. Ma toccare i senior demolirebbe nuove soglie di percezione del rischio, con effetti imponderabili per il mercato dei bond italiani.

Andrea Greco

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