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Vicenza, uscite volontarie

Se si parla di criterio per portare avanti la procedura che consentirà di realizzare il nuovo piano industriale 2015-2020 della Banca popolare di Vicenza allora si deve indicare la volontarietà. Su questo criterio che consentirebbe di ridurre al minimo l’impatto psico-sociale della trattativa, tanto l’istituto, quanto i sindacati sembrano essere allineati. Se si parla invece di criterio per traghettare il gruppo verso il nuovo modello spiegato dall’amministratore delegato Francesco Iorio allora questo è la meritocrazia. Ci sarà una trasformazione del modello operativo, con la semplificazione della struttura organizzativa, l’esternalizzazione di alcune attività a basso valore aggiunto, il controllo rigoroso della spesa, ma soprattutto lo sviluppo di processi di gestione e valutazione del personale su basi meritocratiche, uniti al continuo accrescimento delle competenze e capacità professionali. La nuova banca sarà molto più snella dal punto di vista del numero dei dipendenti ma, secondo il progetto del nuovo vertice, anche molto più ricca e in linea col mercato dal punto di vista delle competenze. Non sarà comunque solo un piano di tagli: verranno infatti inserite anche 180 figure qualificate, corerentemente con il nuovo modello.
Entrando nel merito dei numeri e quindi delle persone che saranno coinvolte nel processo di trasformazione e che sono stati citati da Iorio ai sindacati, questi sono apparsi inaccettabili ai rappresentanti dei lavoratori. Le uscite in totale dovranno essere 575 e nei piani del management avverranno in due tranche: 300 entro l’inizio del 2016 e poi entro il 2020 altre 275. A queste uscite vanno aggiunti i 300 lavoratori dei Servizi bancari spa che oggi rientrano nel perimetro della banca e che dovrebbero essere esternalizzati. Tra le ipotesi è spuntato un consorzio interbancario a Padova, partecipato dal gruppo stesso. Per Giuliano Xausa, segretario nazionale della Fabi «ancora una volta si utilizza la trita ricetta dei tagli al personale per rimediare agli errori di gestione di taluni manager, sui quali ci auguriamo faccia al più presto chiarezza la magistratura. Nella trattativa che a breve partirà con l’azienda, chiederemo il rispetto e la piena tutela dei lavoratori e anche degli azionisti». Il segretario generale First-Cisl, Giulio Romani, assicura: «Vigileremo perché l’impatto sul fronte occupazionale sia il più limitato possibile grazie a un confronto sindacale serrato e puntuale».
Il gruppo chiuderà 150 filiali. Le prime 75 già entro la fine di quest’anno, per lo più in Veneto, Friuli, Lombardia e Toscana. L’obiettivo è concentrare le energie nello sviluppo di un modello di filiale Hub&spoke e rafforzare ancora di più il legame col territorio concentrandosi sulle regioni dove l’istituto già è forte e cioè: Veneto, Friuli, Lombardia, Toscana, Lazio e Sicilia.
Dati questi elementi, per vedere il numero dei dipendenti scendere già a gennaio del 2016 serve però un accordo con i sindacati in tempi brevissimi. La procedura avrà un avvio pressoché immediato, forse già all’inizio della prossima settimana. Poi ci saranno i canonici 50 giorni per portarla a termine, con l’auspicio di raggiungere un accordo con i sindacati, conditio sine qua non per le uscite attraverso il fondo di solidarietà di settore. Fulvio Furlan, segretario nazionale della Uilca, chiede di «trovare le soluzioni più sostenibili, in un contesto che debba anche prevedere nuova occupazione». Cgil e Fisac Veneto scrivono che non lasceranno «da solo nessun dipendente del gruppo, a prescindere dall’azienda per la quale lavora».

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