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Vicenza, salta la quotazione la Borsa stoppa la Popolare scivolata dei titoli bancari

Salta la quotazione di Banca Popolare di Vicenza. Borsa italiana ha non ha ammesso l’ex Popolare a Piazza Affari, con la motivazione che «non sussistono i presupposti per garantire il regolare funzionamento del mercato». L’assetto azionario uscito dalla ricapitalizzazione da 1,5 miliardi, chiusa venerdì con appena il 7,66% delle adesioni da parte di vecchi soci e investitori istituzionali e garantita per il 92,34% residuo dal fondo Atlante, non ha soddisfatto i criteri minimi di flottante: così, così i funzionari e l’ad Raffaele Jerusalmi hanno deciso che era meglio «considerare decaduto il provvedimento del 20 aprile» con cui la banca chiedeva di quotarsi. «Non c’erano le condizioni – ha detto Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana -. Sostanzialmente non era garantita la correttezza degli scambi per lo scarso flottante. Non cerchiamo solo di far numero, con le quotate».
Una mossa coraggiosa, anche perché contraria alle speranze del management vicentino guidato da Francesco Iorio – e con quelle, convergenti, del governo – di inscrivere la difficile storia di ristrutturazione della banca in una cornice “di mercato”. Il mercato, però, aspettava al varco i fragili titoli vicentini: preparandosi a sbriciolarli, in una morsa che in poche sedute avrebbe potuto dimezzare il valore di 0,10 euro per azione stabilito nell’offerta pubblica. Malgrado quel livello fosse il minimo dell’ampio intervallo stabilito dal cda della Vicenza, infatti, il prezzo rappresentava un multiplo – sul patrimonio netto tangibile della banca – simile alla ben più solida Ubi banca, superiore a quelli di Banco popolare e Creval, e quasi doppio rispetto a Carige e Mps. Proprio il timore di un repentino tracollo delle azioni della Vicenza quotate, con tutti gli smacchi del caso (e perdite sonanti per il neoproprietario Atlante) ha contribuito a far abortire il progetto di quotazione.
La notizia, diffusa a metà pomeriggio, ha riportato i venditori delle banche ad accanirsi contro un settore che già in avvio aveva sofferto, per le valutazioni scettiche giunte da molti operatori sui fatti della vigilia. A pagare più caro il Banco Popolare (-7,3%), atteso da un aumento da 1 miliardo per fondersi con Bpm (-6,04%), e gli attori più deboli Mps (-5,52%) e Carige (-5,33%), oltre a Ubi (-4,92%) e Unicredit (-3,68%). I venditori citano il decreto legge di venerdì per accelerare il recupero crediti, che non affronta i vecchi dossier ma solo quelli futuri, ed è quindi poco incisivo; la presentazione di Atlante venerdì, di taglio accademico ma che ha lasciato qualche dubbio sul fatto che la sua capienza di 4,25 miliardi possa risolvere i problemi delle banche patrie; l’esito stesso dell’offerta di azioni Vicenza, finita quasi deserta e chiusa solo grazie agli impegni presi dal consorzio tra banche, assicurazioni e Fondazioni che a Vicenza dovrà investire più degli 1,35 miliardi previsti.
In base agli accordi presi, infatti, senza la quotazione «le adesioni presentate nell’ambito dell’offerta globale verranno meno, anche alla luce dell’estensione dell’accordo di sub-garanzia concluso tra Unicredit e Quaestio Sgr, Atlante sottoscriverà 15 miliardi di azioni a 0,10 euro, per un controvalore complessivo di 1.500.000.000 euro », pari all’intera ricapitalizzazione, che porta il titano Atlante al 99,33% delle quote; i vecchi soci vicentini, invece, si vedono diluiti come lillipuziani: avevano il 100% della banca, da oggi passano allo 0,67%.
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