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Vicenza, maxi perdite a 1,9 miliardi «Aumento o continuità a rischio»

Sotto le attese, ma oltre il 70 per cento. Si sono chiuse ieri le offerte pubbliche di transazione della Banca Popolare di Vicenza (71,9% le adesioni) e di Veneto Banca (73%), volta a limitare i ricorsi in giudizio da parte dei soci per le truffe subite. Un risultato positivo, anche se inferiore all’80% fissato come traguardo, tanto che la Vicenza evidenzia come i 66.712 azionisti aderenti su 94 mila aventi diritto, «testimoniano la volontà del territorio e delle comunità in cui la banca opera di accompagnarla nel processo di ristrutturazione in corso». Entrambe le banche però prendono tempo. La Vicenza delegherà alla riunione del consiglio di amministrazione del 13 aprile l’accettazione dell’offerta. Veneto Banca deciderà l’11 aprile, quando andrà ad analizzare anche i conti. Per entrambe il futuro è comune: il nuovo piano industriale della Vicenza prevede la fusione come «condizione indispensabile per il processo di ristrutturazione» e il rafforzamento patrimoniale come «un presupposto per la continuità aziendale e per il positivo completamento dell’operazione di fusione».

Ieri l’analisi di bilancio è toccata alla Vicenza e le risultanze sono pesantissime: 1,902 miliardi di perdita, che si aggiungono ai 1.407 milioni di un anno fa, per un totale di 4 miliardi persi in 4 anni. Un punto così basso che autorizza dubbi anche sui presupposti della quotazione inseguita inutilmente un anno fa.

Fabrizio Viola, l’amministratore delegato arrivato lo scorso 6 dicembre, non ha fatto sconti, applicando il dettato della vigilanza Bce e contabilizzando nell’ultimo trimestre oltre un miliardo di perdita, con 1.078 milioni di rettifiche su crediti e spesando con 367 milioni l’effetto del recesso esercitato da Cattolica assicurazioni. Continuano ad emergere le conseguenze della ventennale gestione riconducibile a Gianni Zonin e a Samuele Sorato, con effetti destabilizzanti sull’equilibrio dell’istituto: margine di interesse -25%, commissioni -29%, raccolta diretta -14,4%. Soprattutto stanno peggiorando i parametri di solidità patrimoniale: a fronte di un requisito minimo del 10,25% dell’indicatore Cet1 ratio , la Vicenza si ferma all’8,21%. La liquidità è sotto osservazione: dopo che il 3 febbraio scorso BpVi ha beneficiato dell’emissione di un bond garantito dallo Stato per 3 miliardi il cda di ieri ha deciso di procedere con una nuova emissione, anche questa a tre anni e con garanzia pubblica, che avrà importo massimo di 2,2 miliardi. Negli ultimi sei mesi del 2016 l’indicatore Lcr della liquidità è sceso dal 113% al 38%, molto meno della metà di quel 90% che è il limite previsto. È stato questo indicatore a spingere Viola a chiedere la garanzia statale sull’emissione, che ha riportato BpVi oltre i parametri di sicurezza.

Il sentiero di uscita dalla crisi è molto stretto. La Vicenza ha comunicato ieri la volontà di accedere alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato e non sembrano esserci alternative. Mentre la Veneto ha dato il via al processo di cessione della quotata Bim, per arrivare a una «operazione di valorizzazione della partecipazione, nell’ottica del deconsolidamento», avviando la ricerca degli advisor.

Stefano Righi

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