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Via libera Ue agli abogados

Via libera Ue agli abogados. Secondo la Corte di giustizia europea, non costituisce infatti abuso del diritto il fatto che il cittadino di uno stato membro si rechi in un altro paese membro al fine di acquisirvi la qualifica professionale di avvocato e faccia ritorno nello stato membro di cui è cittadino per esercitare la professione con il titolo ottenuto nel paese in cui è stata acquisita la qualifica professionale. Quindi: i Consigli dell’ordine degli avvocati non possono rifiutare l’iscrizione all’albo degli avvocati stabiliti agli abogados solo per aver sfruttato la corsia preferenziale della cosiddetta «via spagnola», che permette di ottenere il titolo professionale dribblando il difficile esame di stato italiano. È questo il principio che emerge dalla sentenza della Corte di giustizia Ue (grande Sezione) di ieri, che si è espressa sulle ormai note cause Torresi (C-58/13 e C-59/13), aventi ad oggetto le domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TfUe, dal Consiglio nazionale forense, con decisioni del 29 settembre 2012, nei procedimenti imbastiti da Angelo Alberto Torresi e Pierfrancesco Torresi contro il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Macerata, in merito al rifiuto, da parte di quest’ultimo, di accogliere le domande di iscrizione dei ricorrenti nella sezione speciale dell’albo degli avvocati, dopo aver conseguito il titolo di abilitazione in Spagna. Vediamo nei dettagli.

La sentenza

Secondo la Corte di giustizia europea, l’art. 3 della direttiva 98/5/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica, «dev’essere interpretato nel senso che non può costituire una pratica abusiva il fatto che il cittadino di uno stato membro si rechi in un altro stato membro al fine di acquisirvi la qualifica professionale di avvocato a seguito del superamento di esami universitari e faccia ritorno nello stato membro di cui è cittadino per esercitarvi la professione di avvocato con il titolo professionale ottenuto nello stato membro in cui tale qualifica professionale è stata acquisita». Lo scopo della direttiva 98/5, infatti, «consiste nel facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno stato membro diverso da quello nel quale è stata acquisita la qualifica professionale». Per cui, il diritto dei cittadini di un paese Ue di scegliere da un lato il paese nel quale desiderano acquisire il titolo professionale, e dall’altro quello in cui hanno intenzione di esercitare la professione «è inerente all’esercizio, in un mercato unico, delle libertà fondamentali garantite dai Trattati». Pertanto, acquisire il titolo in un altro paese Ue e poi fare ritorno nel paese di origine «costituisce uno dei casi in cui l’obiettivo della direttiva 98/5 è conseguito e non può costituire, di per sé, un abuso del diritto di stabilimento risultante dall’articolo 3 della direttiva 98/5». Inoltre, il fatto che il cittadino abbia scelto di spostarsi in un altro paese Ue allo scopo di beneficiare di una normativa più favorevole, come nel caso della «via spagnola», «non consente di per sé di concludere nel senso della sussistenza di un abuso del diritto».

La cronistoria

La vicenda ha inizio nel marzo 2012, quando i Torresi, dopo essere stati iscritti come avvocati nell’albo dell’ordine degli avvocati di Santa Cruz de Tenerife, in Spagna, hanno presentato al Consiglio dell’ordine degli avvocati di Macerata una domanda di iscrizione nella sezione speciale dell’albo degli avvocati stabiliti. Il Consiglio non ha deciso entro il termine dei 30 giorni, così i Torresi hanno adito il Cnf con ricorsi presentati nell’aprile 2012. Il Cnf, ritenendo che il comportamento dei Torresi fosse «estraneo agli obiettivi della direttiva 98/5 e possa costituire un abuso del diritto», ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre la questione alla Corte Ue. Secondo l’Organismo unitario dell’avvocatura, si tratta di una «sentenza sbagliata, un danno per l’Italia, ma anche per tutti i giovani che rispettano le regole». «Una malintesa concezione delle liberalizzazioni ha portato la Corte Ue a una sentenza contraddittoria», sottolinea il presidente Oua, Nicola Marino, «che invece di impedire che si aggiri l’esame di stato emigrando all’estero, consente a questi professionisti di fregiarsi del titolo conseguito in un’altra nazione».

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