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Via libera bipartisan alla web tax all’italiana. Ma non è obbligatoria

Tutti d’accordo sulla web tax all’italiana. Il via libera bipartisan all’emendamento Boccia (dal primo firmatario, il presidente pd della commissione Bilancio della Camera) è arrivato ieri. Registrando la sola astensione di Cinquestelle, Lega e Scelta Civica. Ma più che di una tassa sui giganti del web, così abili ad allestire le loro sedi operative in Paesi europei a fiscalità privilegiata come Irlanda e Benelux, qui si tratta di moral suasion, peraltro “transitoria”. Si concede cioè la mera possibilità ai colossi sopra il miliardo di fatturato globale e oltre i 50 milioni annui incassati in Italia da cessione di beni e prestazioni di servizi di avvalersi di una «procedura di cooperazione e collaborazione rafforzata». Ovvero di mettersi d’accordo con l’Agenzia delle entrate e pagare il dovuto per evitare accertamenti e processi. In cambio, il dimezzamento delle sanzioni e l’estinzione del reato di omessa dichiarazione (punibile da 1 anno e sei mesi a 4 anni di reclusione).
Il modello è l’accertamento con adesione che ha portato Google, venti giorni fa, a versare al fisco italiano 306 milioni. E Apple a regolare i debiti tributari, a fine 2015, con 318 milioni. «Altro che severa norma anti elusiva», ironizza l’ex viceministro di Scelta Civica Enrico Zanetti. «Dopo quattro anni di dibattito, abbiamo ora solo una gioiosa voluntary disclosure sulle attività svolte in Italia. Surreale ». Difficile in effetti immaginare i big di Internet nei panni del tacchino a Natale. Pronti cioè a presentare un’istanza del tutto volontaria all’Agenzia delle entrate perché accerti la sussistenza di una «stabile organizzazione» in Italia, vista come fumo negli occhi e per questo negata da sempre in virtù dell’uso della rete per vendere a distanza pubblicità o big data. E anche complicata, se non impossibile, da dimostrare.
È anche vero che la morsa di fisco, Guardia di Finanza e procura di Milano sui giganti californiani si è inasprita negli ultimi anni. Non solo Apple e Google. Ad Amazon vengono contestati 130 milioni. Nel mirino c’è pure Facebook che nel 2015 ha pagato appena 2,2 milioni a fronte di una posizione quasi dominante nel mercato pubblicitario online. E altre indagini sono in corso su Cisco e Western Digital. Tuttavia il “Double Irish with a Dutch Sandwich”, il metodo fiscale usato da Google per triangolare i proventi tra Irlanda e Bermuda e così incassare utili esentasse, conserva intatto tutto il suo appeal. Almeno fino a quando l’Ocse non detterà regole globali condivise e applicate da tutti, come promesso dai ministri finanziari al recente G7 di Bari.
Nel frattempo l’Italia vara la sua web tax. «Un condono come la voluntary disclosure », nel giudizio del Movimento Cinquestelle. «Primo passo verso l’equità fiscale», per il proponente Francesco Boccia. «La sua approvazione rende non più rinviabile la discussione in sede Ue sulla stabile organizzazione – prosegue Boccia – scelta figlia di un tempo in cui la diffusione di Internet era agli albori». Le risorse recuperate saranno destinate al fondo per le non autosufficienze, fino ad un massimo di 100 milioni, e al fondo per ridurre la pressione fiscale.

Valentina Conte

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