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Via libera all’aumento Mps

L’assemblea dei soci riesce per un soffio a salvare il quorum del 20%, e a votare il rafforzamento fino a 5 miliardi con il 96,1% dei sì. Solo un 2,3% del capitale, una dozzina di milioni di euro, ha evitato che l’operazione saltasse, con effetti immediati e turbolenti per la banca e – sospirano a Rocca Salimbeni – per l’intero governo del paese. Solo la nutrita presenza di piccoli azionisti, setacciati dalla rete Mps, e di un pugno di fondi pescati dai consulenti ha permesso di approvare l’operazione. Non certo merito di Fondazione Mps, che ha depositato solo lo 0,49%, un terzo di quanto le era rimasto. Il presidente dell’ente Marcello Clarich ha confermato le voci sulla discesa allo 0,7%, anche se non tutto il pacchetto sembra sia stato depositato, a causa di un prestito titoli non rientrato in tempo. Né è chiaro se per lo 0,7% residuo l’ente sottoscriverà la ricapitalizzazione che dovrebbe iniziare il 7-8 dicembre. «Sull’aumento decideremo dopo il referendum del 4 dicembre », ha dichiarato Clarich, quasi fosse un investitore opportunistico; e come se il lavoro frenetico del management con 250 investitori incontrati, alcuni «più di una volta» dice l’ad Marco Morelli, non contassero. L’atteggiamento del socio locale, che nel 2000 aveva l’80% della banca e ha tenuto la maggioranza per un decennio a costo di decimare il patrimonio, non è piaciuto ai senesi, tra cui ormai alla rabbia subentra la rassegnazione: anche perché si profila un aumento fino a 2 miliardi senza diritto di opzione. «Mi pare una colossale sciocchezza subordinare la partecipazione all’aumento all’esito del referendum – commenta il sindaco di Siena Bruno Valentini, primo elettore della Fondazione, ma i rapporti di forza con Clarich non sono più quelli di un tempo – questo paese e questa banca continueranno a esistere dopo il 5 dicembre. Fondazione Mps deve avere una propria stratega: nessuno le chiede di svenarsi come in passato, ma di restare con una quota minima come voce del territorio».
Rimpianti a parte, tocca trovare i soci del futuro. Ormai la banca è una terra di nessuno, con 150mila azionisti con metà del capitale e il nucleo stabile che tranne Axa è tutto incerto sul da farsi.
La prima mossa l’ha definita il cda ieri sera, con gli affinamenti dell’offerta di scambio degli 11 bond subordinati, e la forchetta di prezzo a cui i titolari dovranno sottoscrivere le nuove azioni. «E’ un cda delicato», ha detto presentandosi Alessandro Falciai, primo presidente-azionista del Monte, eletto con l’88% dei voti. I primi sondaggi e le difficoltà tecniche – anche sul bond Fresh da un miliardo, la cui inclusione è oggetto di trattativa in extremis con il fondo Attestor – fanno stimare un introito da circa un miliardo dai bond per Mps, mentre le banche consulenti vorrebbero entrasse un miliardo e mezzo. Morelli ieri ha detto che per i bond «non c’è un minimo vincolante, e le condizioni offerte sono molto interessanti». E ha rassicurato sull’ispezione della Bce in corso, «iniziata a maggio e di routine: in ogni caso la linea presa da Mps negli ultimi mesi sui crediti deteriorati è chiara». Sul suo bis a Siena (fu vice dg tra il 2006 e il 2010) Morelli ha detto: «Sono tornato in Mps perché credo che questo piano possa essere condotto in porto, mai considerato il bail in». Se non succede, la banca fa sapere che «il contributo dei privati, in caso di risoluzione, è stimabile in 13 miliardi», pari alla somma tra l’azzeramento del patrimonio e una ricapitalizzazione pagata con l’8% dei 64,8 miliardi di passivo aggredibile, come da direttiva sul bail in.

Andrea Greco

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