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Via libera al fondo Juncker Ue: Italia ok, bene le riforme ma resta tra i Paesi a rischio

Poche ore dopo lo storico intervento di Papa Bergoglio nell’emiciclo di Strasburgo, la Commissione europea sale al settimo piano del Parlamento per approvare il piano chiamato a dare ossigeno all’economia del Vecchio Continente. Un piano sul quale il presidente Jean-Claude Juncker — indebolito dallo scandalo LuxLeaks — punta molto per rinforzare il proprio standing personale e per rilanciare la sua istituzione come soggetto politico in grado di dettare l’agenda europea dopo gli anni di subordinazione ai governi dell’era Barroso. Il tentativo è ambizioso, resta da vedere quanto il progetto approvato ieri nella città alsaziana — operativo entro l’estate 2015 — saprà aiutare l’Unione a superare la crisi economica.

Al centro dell’operazione c’è il nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi) che sarà finanziato da 16 miliardi provenienti dal bilancio della Commissione e da altri 5 dai fondi della Banca europea degli investimenti. Secondo i calcoli di Bruxelles ogni euro del Fondo genererà altri 15 euro di investimenti pubblici nazionali o privati. Dunque il Fondo grazie a questo effetto leva nei prossimi tre anni raccoglierà almeno 315 miliardi — più dei 300 annunciati in estate da Juncker — per finanziare progetti in grado di creare 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro. Nella migliore delle ipotesi, calcolano gli esperti della Commissione, il laverage potrebbe essere ancora più robusto, portando nelle casse del Fondo fino a 410 miliardi. Ma secondo diversi osservatori sta proprio qui, nelle sue fondamenta economiche, la debolezza del piano.
Per rispondere a queste critiche, e per non ripetere il flop di un simile piano per la crescita varato nel 2012, Bruxelles sottolinea che «in questo periodo le risorse pubbliche sono scarse, ma la liquidità delle banche, delle società e dei privati è ampia e pronta all’uso: la sfida è rompere il circolo vizioso della sfiducia degli investitori». Per farlo verrà data la priorità a progetti altamente redditizi, con solide garanzie assicurate proprio dai soldi comunitari ed eliminando le barriere normative ed infrastrutturali che spaventano gli investimenti privati. I settori chiave promossi dal piano Juncker sono banda larga, infrastrutture energetiche, trasporti, educazione, ricerca, innovazione, energie rinnovabili e progetti delle piccole e medie aziende. Proprio alle Pmi andranno almeno 75 miliardi.
I criteri nella scelta dei progetti da finanziare con l’Efsi saranno valore aggiunto europeo, ritorno economico e sociale, capacità di partire entro il 2017. Non ci saranno quote nazionali, dunque i paesi che presenteranno i progetti migliori prenderanno più soldi. Al Fondo potranno contribuire, su base volontaria, anche i governi. Implicitamente Bruxelles chiede ai paesi in surplus, come Germania e Olanda, di mettere più soldi degli altri nel calderone. E invoglia a spendere anche chi, come l’Italia, ha problemi di bilancio, promettendo di escludere dal calcolo del deficit i denari versati nell’Efsi. Un principio rivoluzionario al centro dei desideri di Roma e Parigi. Questa la formula sulla flessibilità che, per quanto scritta in euroburocratese stretto, soddisfa Palazzo Chigi: «Nella valutazione dei conti pubblici ai sensi del Patto di Stabilità, la Commissione tratterà con favore i capitali che hanno contribuito al Fondo».
Tutti governi ora sperano il piano funzioni, visto che dal 2007 gli investimenti europei sono scesi del 15%, un buco da 430 miliardi. E l’Italia è tra i paesi messi peggio, con un calo degli investimenti del 19,3%. Secondo Bruxelles, Roma dovrà puntare su progetti per aumentare il tasso tecnologico e il know-how della nostra economia: l’Italia spende solo lo 0,69% del Pil in ricerca e sviluppo, la metà della media Ue. Da privilegiare anche i progetti per rete elettrica, stoccaggio del gas, banda larga ultraveloce e connessioni tra porti e vie di comunicazione interne.
Renzi, che a giugno insieme a Hollande ha portato Juncker a impegnarsi sul piano in cambio della fiducia del Pse all’Europarlamento, ieri ha definito l’Efsi un progetto «che non fa bene solo all’Italia, ma a tutta Europa». Il premier, a Strasburgo per rappresentare i 28 in occasione della visita di Francesco, ha avuto un breve colloquio con Juncker e davanti agli eurodeputati pd ha sottolineato: «Ora con le riforme i compiti a casa li abbiamo fatti, da gennaio saremo ancora più duri sul New Deal europeo e sulla flessibilità ». Spiega il sottosegretario Gozi: «Per noi il Piano Juncker è una buona base di partenza, ma ora servono una nuova governance dell’euro e la flessibilità dovrà essere allargata ad altri tipi di investimenti ».
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