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«Via il tetto del 3%, il modello tedesco non è per tutti»

«Uscire subito dall’euro avrebbe conseguenze disastrose per qualsiasi Stato membro. Ma per un Paese del Sud, Italia compresa, restarci a queste condizioni significa scegliere una lenta agonia». No, a parlare non è una militante del fronte contro la moneta unica ma Vivien Schmidt, direttore del centro studi sull’Europa della Boston University. La professoressa si trova a Roma per presentare l’edizione italiana di «Euro e cittadinanza, l’anello mancante» (Donzelli) volume a cura di Giovanni Moro nel quale c’è un suo intervento. E si dice molto preoccupata per il futuro del nostro Paese, che conosce bene avendo vissuto a Milano da bambina.

Perché parla di agonia?
«Già i parametri di Maastricht erano un errore, frutto dell’ossessione tedesca per la stabilità e l’inflazione. Ma è assurdo che nel 2010 quelle regole siano state rese più severe allargando la forbice fra Nord e Sud e peggiorando le cose. Bruxelles dice che l’austerità ha vinto perché tutti gli Stati sono in avanzo. Ma lo sono al prezzo di una disoccupazione altissima. Almeno c’è qualche segnale di cambiamento, qualche esempio di minore rigidità in risposta alla crescita dei partiti estremi e in viste delle prossime elezioni europee di primavera».
Ha ragione chi propone di uscire dall’euro, allora?
«No, le conseguenze sarebbero devastanti. Tutti i capitali verrebbero spostati all’estero, questo farebbe crollare le banche e poco dopo sarebbero le imprese a chiudere perché non potrebbero più pagare gli stipendi. Senza contare la svalutazione, che avrebbe magari effetti positivi sull’export ma negativi sul debito, e un’inflazione pesante. L’uscita sarebbe possibile solo dopo aver fatto una serie di cose».
E quali?
«Gli euro bond, un fondo monetario europeo sul modello di quello internazionale, l’unione bancaria, un fondo unico per gli ammortizzatori sociali. A quel punto, forse, sarebbe possibile uscire dall’euro per rimettere ordine con la fluttuazione tra le monete nazionali. Ma fatte tutte queste cose probabilmente non ce ne sarebbe più bisogno perché la crisi sarebbe superata. Piuttosto ci sono altre urgenze».
Che cosa intende?
«Togliere il tetto del 3% del deficit sul Pil, a esempio, e rendere più flessibili tutte le regole sulla Stabilità. Non si può pensare di imporre a tutti il modello tedesco della competitività che va benissimo per loro ma non per gli altri. Come non si possono prescrivere a tutti le stesse riforme strutturali».
Pensioni, lavoro: abbiamo sbagliato anche lì?
«Per Bruxelles la spesa per le pensioni va diminuita punto e basta. E invece il vero problema è redistribuire quei soldi per far aumentare la giustizia sociale. Solo che il processo è lungo, non bastano le forbici. Sul lavoro, invece, l’obiettivo di Bruxelles è decentrare la contrattazione per indebolire i sindacati. Ma questa non sarà la fine dei sindacati bensì la fine del capitalismo italiano. Tanto più che in Germania, tanto per restare al famoso modello, i sindacati non sono messi ai margini ma partecipano alla gestione dell’azienda».
Professoressa, non è troppo semplice dare tutte le colpe alla Germania?
«Non tutte le colpe ma molte sì. Quando Angela Merkel definì pigri i greci avrebbe dovuto parlare piuttosto dell’interdipendenza della zona euro. Prima della crisi, l’euro era un bar con un happy hour continuo. Magari spagnoli, irlandesi e greci erano costantemente ubriachi ma a gestire il bar erano le banche tedesche e francesi. Negli Stati Uniti se il gestore di un bar dà troppo alcool a qualcuno che poi ha un incidente la responsabilità è la sua. Dovrebbe essere così anche per l’euro».

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