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Via dall ’Italia 700 imprese

Settecento imprese hanno trasferito all’estero tra il 2015 e il 2017 attività o funzioni. Sono il 3,3% delle grandi e medie aziende: dieci anni fa, tra il 2001 e il 2006, la quota era decisamente più alta, il 13,4%. Chi trasferisce all’estero funzioni aziendali, rileva l’Istat, lo fa prevalentemente per ridurre il costo del lavoro, mentre solo il 38% lo fa per accedere a nuovi mercati. A incidere su questo calo significativo non è solo il costo del lavoro, che magari negli anni è cresciuto anche nei Paesi che presentavano maggiori vantaggi, ma anche un diverso atteggiamento delle imprese italiane, sostiene Andrea Montanino, capo economista di Confindustria: «Negli ultimi dieci anni c’è stato un upgrading qualitativo dei prodotti, per cui le imprese italiane competono sempre meno sul prezzo, e sempre più sulla qualità, che spesso si fonda su fattori importanti che esistono solo in Italia, e su ecosistemi costituiti da filiere di aziende. Non è successo solo in Italia, ma in tutta Europa: le aziende hanno trovato maggiori punti di forza al loro interno». Infatti, conferma l’Istat, la quota delle imprese UE che trasferiscono all’estero attività o funzioni è passata dal 16% del 2001-2006 al 3% del 2015-2017, un calo ancora più significativo di quello italiano.
Chi è andato via però non ritorna: a farlo è solo lo 0,9% delle imprese, segno che le politiche di rientro varate dai vari governi funzionano poco, per i “cervelli” come per le aziende. «Delocalizzare è una scelta di lungo periodo, e non è contingente a un qualche vantaggio del momento », osserva Montanino. Infatti per prendere in considerazione il rientro le imprese chiedono cambiamenti strutturali, a cominciare da una riduzione della pressione fiscale (84,5%), politiche per il lavoro (79%) e ricerca e sviluppo (70,9%).
Chi ha scelto di delocalizzare negli anni più recenti ha scelto soprattutto Paesi Ue, mentre tra i Paesi extra Ue spiccano India, Usa, Canada e Cina, che offrono un numero elevato di potenziali consumatori.
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